Giardino di Boboli ~ Hermann Hesse

 

Valerio Cioli, Nano Morgante sopra la tartaruga

Valerio Cioli, Nano Morgante sopra la tartaruga, Vista laterale da sx, Giardino di Boboli, Stanzonaccio (1564 ca)

 

Giardino di Boboli

 

1901

 

Nonostante tutti i miei sforzi per gustare al massimo il soggiorno a Firenze, non rimpiango affatto i pomeriggi trascorsi a camminare e fantasticare nel giardino di Boboli, Della visita ad alcune chiese famose, di tante città attraversate frettolosamente, non ho riportato che memorie vaghe e sfumate, ma le ore trascorse a Boboli spero di non dimenticare mai.

 

Valerio Cioli, Nano Barbino

Valerio Cioli, Nano Barbino, Vista frontale, Giardino di Boboli, Stanzonaccio (1584 ca).

 

Chi vuole gustare l’atmosfera deve evitare di andarci nei pomeriggi domenicali, quando i viali e le panchine brulicano di turisti. Boboli va visto quando è sprofondato nel suo verde silenzio, meglio ancora se nella quiete assolata del pomeriggio. Solo allora può restituire l’immagine di quegli aristocratici parchi italiani, frequenti soprattutto a roma, che i versi trasognati di Eichendorff ci hanno reso tanto familiari: giardini classici dove viali ombrosi si snodano tra gli alti cespugli sempreverdi, dove dalla penombra dei boschi s’intravedono fresche fontane e bianche statue. Chi visita il giardino di Boboli in quell’ora assolata e quieta, non può impedire alla sua fantasia d’immaginare nei suoi prati viali giovani nobili intenti a giocare a palla in costume del Cinquecento, gentildonne che parlano o aristocratiche coppie di innamorati sedute sulle panchine.

Spesso, disteso su una panchina o sul prato, tra anemoni e narcisi dalle grandi corolle variopinte, ho inseguito con lo sguardo assente le candide nuvole che vagavano alte nel cielo limpido, sopra le nere chiome dei cipressi. Vedevo passeggiare per il parco il duca Cosimo I, che fu il primo proprietario, o gli artisti che ne curarono la sistemazione, il Tribolo e il celebre, adorabile, Giovanni da Bologna; e per quanto potessi sembrare ridicolo, non avevo vergogna di abbandonarmi all’estasi di uno splendore passato e ancora capace di comunicarmi uno strano senso di felicità.

 

Battista Baroncelli, Ganimede

Battista Baroncelli, Ganimede, Vista laterale da sx, Giardino di Boboli, Stanzonaccio

 

Vagavo per ogni dove alla ricerca degli scorci pittoreschi di cui il giardino è tanto ricco. Da un certo punto si può scorgere il Duomo e il Campanile in una cornice di lauri e cipressi, o si può veder spuntare, quieta e lontana come un sogno, oltre l’oscurità dei cespugli, Fiesole, tutta inondata di sole sotto la volta limpida del cielo.

A parte l’incontro con il mare, fu lì che provai per la prima volta l’incantesimo del Sud. Ed è vero: i monti boscosi della Germania meridionale e della Svizzera sono infinitamente più ricchi, più verdi, più selvaggi, e la primavera vi porta un’aria più piena e più dolce. Me ne resi conto solo quando tornai nella mia amata Foresta Nera. Ma il paesaggio del Sud ha esercitato su di me una potente attrazione: montagne aride dal profilo netto contro il cielo, pendii grigioverdi di uliveti e frutteti, interrotti solo dalle macchie bianche delle case coloniche addossate al declivio del colle con il loro fedele gruppo di flessuosi cipressi. E tutto esaltato dall’aria chiara e trasparente, e da un sole forte. A Firenze, a tutto questo, si deve aggiungere la bellezza del tortuoso fiume e degli splendidi prati primaverili, la chiara fioritura scintillante dei peri e quella rosa degli albicocchi che ricoprono interi pendii. Sebbene la vita fiorentina dei giorni nostri ha ormai così poco in comune con quella dell’apogeo toscano, ancora oggi possiamo ritrovare i tenui e ridenti paesaggi che tornano sovente in pittura, dalle opere del Ghirlandaio fino a quelle del giovane Raffaello.

 

Vincenzo Rossi, Bacco con satiro

Vincenzo Rossi, Bacco con satiro, Vista tergale del satiro, Giardino di Boboli, Stanzonaccio

 

Parlando del giardino di Boboli non posso dimenticare il piccolo stagno con gli zampilli e i pesci rossi, che mi ha regalato ore piacevoli. A parte un pittore svizzero, a Firenze non ho trovato nessuno che si entusiasmasse come me per quegli agilissimi pesciolini che riempivano lo stagno in folti branchi. Tra di loro alcuni stupendi erano percorsi da una luccicante striscia d’oro, dalla pinna alla coda, che emettevano un bagliore quasi accecante. I più belli si trovavano tra gli esemplari più piccoli. Ed è uno spettacolo delizioso veder sgusciare un branco di pesci dorati e rosso cinabro attraverso bianche nubi riflesse nell’acqua smeraldina; e si resta incantati dallo straordinario gioco di colori e dalla varietà dei loro movimenti rapidi, eleganti, sinuosi. Certi famosi palazzi di molte città non mi hanno neppure lontanamente dato un piacere così genuino e completo. Trovavo ridicole le frotte di turisti che, quasi spinte da un’ansia febbrile seguivano coscienziosamente il loro Baedeker, città dopo città, senza riuscire a concedersi neppure un quarto d’ora per un’innocente passeggiata, per visitare una modesta cappella, per qualche spensierata chiacchierata che interrompesse il loro cammino, o per quegli stagni con i pesci rossi. Invece, per me, quei pesciolini vivaci divennero una delle maggiori attrazioni del giardino. Osservandoli vidi e compresi cose altrettanto piacevoli che in un museo. Che splendore, ad esempio, quando nell’acqua illuminata dal sole un normale pesce grigio, avvicinandosi ai suoi fratelli rossodorati, ne riflette i bagliori luminosi. E che bello osservare un branco fitto immergersi d’improvviso all’inseguimento di una briciola di pane o di un sassolino, sorprendendoci con il repentino e curioso accorciarsi di tutte le loro sagome.

Se non sapessi che questo genere di descrizioni non è molto gradito nelle corrispondenze di viaggio dall’Italia, potrei aggiungerne ora tutta una serie: di uccelli, soprattutto, e poi di scoiattoli che incontrai numerosi a Boboli e che spesso m’intrattennero con la loro prontezza, la loro agilità e la simpatia che dimostrano all’uomo che li rispetta Certo, non mi ero recato a Firenze per giocare con loro, m dovevo forse rifiutare l’occasione lieta e innocente che mi si offriva? Devo confessare che, insieme al piacere procuratomi dai massimi capolavori artistici, nulla mi ha dato altrettanta gioia e a nulla ripenso così volentieri come agli ingenui momenti che mi sono concesso in compagnia di nuvole, alberi, bambini e animali. Posso dire che in quei momenti svagati mi è parso a volte di cogliere il senso di un viaggio ben più grande della maggior parte dei turisti che scorrazzano per l’Italia armati di Baedeker e biglietto aperto?

 

 

 

Tratto da:
Hermann Hesse, Camminare ; Prato : Piano B, 2015 ; Collezione · Elementi ; Traduzione di Marco Licata · [ISBN] 978-88-99271-51-0 · Classificazione Dewey · 838.91203 (21.) Scritti miscellanei tedeschi. 1900-1945. Diari, ricordi, taccuini.

 

2 commenti su “Giardino di Boboli ~ Hermann Hesse

  1. Franco Mori scrive:

    grazie mi fa piacere sentire apprezzato senza smancerie il soggiorno nella mia città

    Mi piace

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