Un bianco lucore (3)

 

Alberto Burri, Bianco cretto, 1969

Alberto Burri, Bianco cretto, 1969


 

14 aprile

 

Il duro lavoro lascia poco spazio alla scrittura. Devo alzarmi molto presto, prima dell’alba, dopo un breve e intenso sonno, per dedicarmi al taccuino. #
Ho conosciuto il professionista giardiniere che saltuariamente viene in Villa. Si nota in lui la volontà di arricchire le conoscenze pratiche con i nomi scientifici delle piante e delle loro malattie. Parla della mimosa come di un tipo di acacia e della fillossera del leccio come di un cancro tremendo. Per la mimosa usa il termine “dealbata” e così nella giornata continuo a pensare a quella parola, incerto tra la possibile pronuncia sbagliata e la mia interrogazione sull’insolito accostamento del bianco al colore giallo del fiore o al verde argentato delle foglie. La sera scopro che la “dealbatio” in latino indica sia l'”imbiancamento” che rende brillante sia il processo di purificazione che porta allo stato di neutro. Il lavoro del giardiniere, solido e già scuro del sole prematuro, consiste soprattutto nella cura del giardino italiano antistante la Villa. Questi artigiani del verde divengono responsabili del disegno dei giardini di varie proprietà, di cui alla fine si sentono padri putativi, una specie di tutore legale considerato il potere che hanno nel decidere la vita di alcune piante. #

 

 

Dalla lettura di Hamsun passo alle lettere e le poesie di Antonia Pozzi. Da una parte un vecchio, risparmiato e dimenticato dalla morte, prolunga con distacco la sua solitaria e disincantata meditazione, dall’altra, una concentrazione di sentire spirituale nel breve arco di una vita divenuta improvvisamente insostenibile. La durata del tempo di vita è solo una casualità di eventi, confine del percorso tracciato che non delimita la quantità dei giorni ma sostanzia la profondità della voce. Nel tempo che dilata o accorcia la sua gittata, la scrittura diviene momento fluido e occasione densa e irripetibile di fissare il proprio sguardo.

Di quando in quando muore anche qualcuno, non si può evitarlo, ma non è una cosa che desta particolare impressione tra noi sopravvissuti. Seguiamo con lo sguardo la cassa bianca, ma quando il furgone è partito torniamo di nuovo a noi stessi. (Hamsun, Per i sentieri dove cresce l’erba, 62)
Dall’alto mi hai mostrato, / un po’ fuori dalla frana ruinosa di case, / un additare nero di cipressi / saettati attraverso l’azzurro / a custodire / i marmi bianchi del cimitero. / Ho pensato ad una tomba / che non ho mai veduta / e mi è sembrato / di deporvi in quell’istante, / con trepido cuore a fior di mani, / un vivo fascio / di garofani rossi. (A. Pozzi, Offerta a una tomba, 1929)

Nell’audace confronto, la frase del novantatreenne poggia quasi con malcelata indifferenza su un verbo che esprime l’appartarsi, quasi un sostare furtivo («non si può evitarlo»), mentre la diciassettenne nella parola «custodire» lega il movimento del cielo a quello dell’anima. Percorso inconsueto, se è vero che solitamente è il vecchio a «custodire» saggiamente ciò che altrimenti andrebbe perduto, mentre il giovane «evita» la nostalgia fondante. #

 

17 aprile

 

Nervosismo. Aria elettrica. Dominante uranica. Le polveri del vulcano islandese “impronunciabile” bloccano L. a Londra. È la resistenza della natura allo strapotere della tecnica. Sul giornale, per questo ritorno della paura dal cielo, come l’11 settembre, si parla di una «insicurezza indefinibile». Da una parte si quantificano in miliardi di dollari i danni del traffico bloccato, dall’altra con infantile religiosità naturale si auspica una palingenesi arcaizzante. Non so se tutto basta a proiettare in me nubi di pessimismo e di insoddisfacente voglia di vivere. #

Violento, sordo e anarchico è il clima del lavoro al ristorante dove sono invitato ad una cerimonia: un centinaio di persone chiedono cibo, spazio, sole, caldo, vino, gentilezza, servizio, cura, attenzione per una festa di cui sono semplicemente “ospiti invitati”. La cucina sembra agitata da figure insulse e sorprendentemente come indifferenti a quello che reclama la sala. I camerieri in abiti stupidamente insignificanti, né eleganti né in divisa, sempre di fretta, si agitano sospesi tra il sorriso di un pesce e l’identificazione di un cliente: seni, denti, gambe, abiti destinati al buio degli armadi, occhi che cercano, pieghe del volto che nascondono odio, stanchezza e voglia di togliersi scarpe strette e lunghe, mai perfettamente comode. Fuoco, porta via tutto, porta via l’arroganza e la falsa gentilezza, porta via il servilismo e i sorrisi, porta via la tirchieria del padrone che si affaccia grasso al banco del bar e l’avidità dissimulata del cameriere, brucia tutto nel tuo inferno e rendicelo come la nube che oggi passeggia sui cieli impauriti di Europa. Siamo sempre in ritardo per la festa della fine altrui e ingoiamo l’attesa sotto forma della nostra morte. «Finirà presto il secolo, ma finirò prima io. / E temo non si tratti di premonizione» (I. Brodskij). #

 

 

Ultima notizia: il mito dei fratelli Cervi sarebbe stato costruito da Calvino e dal cattivissimo e onnipotente partito comunista. Io al contrario ricordo il silenzio concesso da tutti al padre Alcide per l’uccisione per mano fascista dei suoi figli leggendari e dai nomi vetusti: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore. Vi era un’adesione quasi religiosa, come il sottostare a un dogma teologico, un lutto civile che a me sembrava più forte di quello dovuto al migliaio di morti di Marzabotto, e persino più netto e senza distinguo di quello delle Fosse Ardeatine. Nessuno avrebbe avanzato un dubbio. Vi è una concordanza con la mia ricerca, laddove il mito è più forte della realtà. #

 

19 aprile

 

Troppo stanco per dedicarmi alla scrittura. La stessa lettura scorre apatica tra le righe. Alterno le lettere di Antonia Pozzi alle sue poesie. Il mondo familiare fatto della banalità e del torpore borghese quotidiano, la finzione degli affetti mi ricordano l’aria che si respirava nella casa della mia moglie A.. Finalmente, quando Antonia fa visita alla anziana nonna, un’immagine nuova segna un cammino imprevisto e la nipote annota:

È caduta tanta neve, tanta neve e ancora non accenna a cessare. All’imbrunire, qui, si sentivano tante campane, da tutte le torri. Io mi sento tanto vicina a lei che è quasi giunta in fondo al cammino e con l’anima vecchia e serena adoro in lei l’immagine bianca della morte. (11-13 febbraio 1932)

Compare l’attrazione verso l’abisso non come predestinazione ma come un «vero» sentire; non vi è movimento negativo e cupo ma lucore, dolce richiamo.

Io so che mai come ora io ho sentito la vita nelle cose fuori di me: ed è un dissolversi soavissimo.

Morte e vita, origine e destino, andare e sostare, movimento e tensione, tutto palpita nel mondo sensibile che l’avvolge.

… Noi siamo creature / nate tutte da un’ansia eterna: il mare; / e che la vita, quando fuga e strazia / l’essere nostro, spreme dal profondo / un po’ del sale da cui fummo tratte … (Lacrime, 11 luglio 1932)

E il bianco lucente domina la lucida perfezione: non vi è disperazione, il dolore è vita, l’abisso è immanente.

Afferrami alla vita, / uomo. La cengia è stretta. / E l’abisso è un risucchio spaventoso / che ci vuole assorbire. / Vedi: la falda erbosa, da cui balza / questo zampillo estatico di rupi, / somiglia a un camposanto sconfinato, / con le sue pietre bianche. / Io mi vorrei tuffare a capofitto / nella fluidità vertiginosa; / vorrei piombare sopra un duro masso / e sradicarlo e stritolarlo, io, / con le mie mani scarne; / strappare gli vorrei, siccome a croce / di cimitero, una parola sola / che mi desse la luce. E poi berrei / a golate gioiose il sangue mio. // Afferrami alla vita, / uomo. Passa la nebbia / e lambe e sperde l’incubo mio folle. / Fra poco la vedremo dipanarsi / sopra le valli: e noi saremo in vetta. / Afferrami alla vita. Oh, come dolci / i tuoi occhi esitanti, / i tuoi occhi di puro vetro azzurro! (Vertigine, 22 agosto 1929).

 

24 aprile

 

Incidente sul lavoro. Un dito che rimane tra le lame che girano. Mi stupisce l’assenza del dolore e il predominare della rabbia e del nervosismo. L’infortunio si trasforma in prova di disadattamento e imperizia. S’interrompe un ritmo, un programma quotidiano, un apprendimento al lavoro della terra e s’instaura l’isolamento inatteso: il padrone pensa alla sicurezza della propria azienda, i colleghi abbozzano un sorriso, mentre in casa serpeggia il fastidio di dover sostituire i compiti che mi erano assegnati. Si annuncia un periodo di stasi e continue tensioni. Così Antonia è schizzata via come la mia carne, dissolta come una nube. E con lei «quello che mi fa più pena è il mio povero quaderno, l’esercito di monchi e storpi» (25 agosto 1933). #

Lo studio, la vita, la lettura si sovrappongono al fluire quotidiano degli eventi ma a volte questi rimangono corpi estranei l’uno agli altri e esistono in sfere diverse come mondi possibili con un passo e un palpito più lento e maturo, profetico o indifferente. La ferita, che paralizza ad una nervosa inattività e comanda la maschera di rabbia al volto segnato, non oscura la volontà di rimanere fedele al taccuino nero. Questi, ora che il suo «esercito» cresce con sterile ritmo, ora che il suo «esercito» cresce con sterile ritmo, come se una maldestra mano avesse tentato di rescindere le piccole e feconde radici, non piange, non si lamenta della visita distratta.
Questa asimmetria, la non corrispondenza tra evento e dimensione spirituale, mi sembra di ritrovarla nella lettura incrociata delle lettere e delle poesie della Pozzi. Le lettere familiari a volte paiono intrise di falsità e insulsaggine, un distillato di ipocriti sentimenti inutilmente rassicuranti pieno di descrizioni, di insignificanti scoperte, resoconti di orari di riposi e passeggiate, preparazione d’indumenti e bontà di vivande, baci e abbracci inviati a iosa. Tutto quel mondo nasconde e non corrisponde al tormento interiore reale e fantasticato delle lettere all’amato, al poeta conosciuto tra i monti o alle fidate “sorelle” (di nuovo il bianco: «due bianche stelle conducano / una stellina cieca / verso il grembo del mare»). Vi è una vita registrata che non appartiene al «vero» e questo accresce l’inadeguatezza e l’impotenza dello spirito.
L’incidente, che mi costringe a brevi ritorni in ospedale, non ha interrotto tra la rabbia e la cieca inattività solo un ritmo, ma ha spostato altrove l’immagine del lucore dell’abisso e del bianco silenzio che attraeva Antonia a vent’anni: «tutte le cose che penso sono sincere e bianche» (4 gennaio 1934).༵ E insieme a lei, il dovere della scrittura, l’esercizio continuo come moralità da esprimere, l’ansia della creazione e della sua espressione, in questa malattia senza finalità, costruzione destinata a demolizione e nascondimento naturale, è un grido sordo in un buio vuoto, un’eco di solitudine. #

Il Fringuello, la Fringilla coelebs, quest’anno ha fatto il suo nido nelle vicinanze della terrazza, che ancora vive del disordine dell’inverno passato. Nel godere del suo canto potente e strozzato, ricordo quando da piccolo prendevo la strada dei campi verso le colline su in alto e cercavo negli ulivi il suo nido addobbato con le argentee gocce dei licheni, un inutile estetismo, «rara inutilità» della vita, che rimane preclusa alla vista dei più.

 

 
Più di una volta nella giornata tersa e lucente ho avuto il desiderio di una carezza, di un abbraccio, del semplice e leggero passaggio di una mano amante o amica sul mio corpo. È stata una malinconia sincera e innocente che spingeva alle lacrime; ma niente è trapelato dal mio volto, sebbene in questi giorni rimanga triste e lontano.

Tante volte ripenso / alla mia cinghia di scuola / grigia, imbrattata, / che tutta me coi miei libri serrava / in un unico nodo / sicuro – / né c’era allora / questo trascendere ansante / questo sconfinamento senza traccia / questo perdersi / che non è ancora morire – / tante volte piango, pensando / alla mia cinghia di scuola. (Limiti, 16 aprile 1932)

 

28 aprile

 

Ieri pomeriggio, mentre il primo temporale estivo aveva appena cessato di rendere ancora più vivo il verde, un passero, veramente solitario, si tirava dietro il canto dal tetto. La colonia di storni che ha invaso il territorio ha ridotto ormai a pochissime coppie questo rappresentante del mondo alato più conosciuto nei centri abitati. Faceva una certa impressione quella solitudine raffrontata al vociare disordinato e festoso di una volta. #

Tornata la stagione degli insulti solari, attendo come un falco le mie prede, malato di occasioni perdute e dell’abbondanza mai conosciuta e soddisfatta. Nell’orto, tra filari gentili di fragili erbe e soffice terra vedo passare oltre la siepe una donna seducente, veloce nel cammino e ignota allo sguardo. Tanto è bastato a rincorrere dietro un fantasma di oleandri. #

 

 

Di là da un garrulo schermo di bambini
pareva a un tempo piangere e sorridermi.
Ma che voleva col suo sguardo
la bionda e luttuosa passeggera?
C’era tra noi il mio sguardo di rimando
e, appena sensibile, una voce:
amore – cantava – e risorta bellezza …
così, divagando, la voce asseriva
e si smarriva su quelle
amare e dolci allèe di primavera.
Fu il lento barlume che a volte
vedemmo lambire il confine dei visi
e, nato appena, in povertà sfiorire.
(Vittorio Sereni, L’equivoco)