Genealogia dispersa (2)

 

Gustav Klimt, L'albero della vita (1907)

Gustav Klimt, L’albero della vita (1907)


 

10 ottobre

 

Un funerale civile. Abbandono il tonificante bosco per commemorare la morte dell’anziana madre di M., sofisticata e solitaria friulana vissuta tra il pragmatismo lombardo e l’indifferenza asciutta toscana. Per me è una doppia occasione: visitare uno dei tre cimiteri della mia famiglia e fare da spettatore al ricomponimento, un po’ forzato e un po’ dovuto, tra L. e M.. Nelle visite a Lina, ospite ormai da anni in residenze assistite, era venuta a nascere in un primo tempo una certa sorellanza tra le donne, che in seguito, per motivi caratteriali o per una naturale stanchezza, si era raffreddata fino a deperire tra rimostranze e strani rancori. Lina, se da viva aveva unito, da morta offriva ora l’occasione di una tregua, il superamento di un ostacolo che la bocca aperta della fossa mostrava come un futile oggetto.

 

Il funerale mi era apparso subito una cerimonia particolare e insolita, come fosse una celebrazione in una terra straniera. Niente preti, niente croci, niente canti o singhiozzi, nessuna disperazione dettata da un attaccamento illusorio alla vita, nessuna preoccupazione per la sacralità mortifera del luogo che fa modulare la voce verso un rispettoso tono basso. In tutto poco più di dieci persone con due punti di irradiazione che ora si stavano allontanando definitivamente: la madre e la figlia. L’una che veniva calata nella terra di un bel colore bruno grazie alla pronta maestria dei becchini (ma quella fretta improvvisa non dava tempo alle rose lanciate d’attorno di adagiarsi delicatamente sulla cassa sonante), l’altra rimasta ferma ad una laica distanza sembrava volersi ancorare ostinatamente al respiro dell’aria. Attorno tutti noi, comparse compunte attraversate ognuna dall’immagine riflessa della morte prossima ventura. #

 

E io ero distratto. Non riuscivo a nascondere l’innaturale indifferenza dovuta ad un troppo esile rapporto di conoscenza e l’interesse più vivo – ironica immagine!- per il luogo in cui ero. San Cipriano e il suo cimitero, dove giunse ormai due secoli fa chissà quale trisavolo contadino e dove sono sepolti i penultimi e gli ultimi rami della famiglia paterna.
Volti ossuti e larghi, nasi enormi e quasi informi, occhi semplici e buoni, cappelli grandi di uomini ritratti in feste paesane da minori August Sander locali, austere e stanche figure femminili. In un unico ossario la piccola sorella, i nonni e due prozii dai nomi antichi e i folti baffi: Patrizia, la bimba dai capelli biondi e il bianco cappotto da me sempre fantasticata, il nonno Ferdinando che seppe dispensare equamente alle figlie l’altezza e gli occhi chiari e ai maschi una strana combinazione di bontà, simpatia e rigore, la nonna Maria, presenza inquieta per l’assenza di una qualsiasi storia su di lei. Poi, più in là, distanti perfino nella morte, lo zio comunista, portavoce della stirpe ironica e tagliente, contro lo zio patriarca burbero e severo, padre di una schiera di cugini per me rimasta sempre imprecisata… ed eccone alcuni ora giacere un po’ casualmente nella seconda fila di caduti: uno un po’ svitato che vagava per le strade, quello silenzioso che ora sorride e lassù in alto, il moderno, l’amante delle auto sportive e il nipote di uno di loro, solitario nella terra, morto su un muro schizzato da una macchina in corsa. Non c’è una donna a testimoniare questa dinastia dispersa. #

 

 

Fottendo ti mettono al mondo, mamma e papà,
forse senza volerlo, ma lo fanno.
Ti riempiono dei loro difetti
e ne aggiungono qualcuno in più, apposta per te.
Ma con fottere furono creati a loro volta
da fessi con cappelli e cappotti vecchio stile,
che metà del tempo fingevano stupida severità
e per metà si abbracciavano.
L’uomo passa miseria all’uomo,
che affonda come la scogliera lungo la costa.
Liberatene più presto che puoi
E non aver figli a tua volta.
(Philip Larkin, Il ritornello è questo)