Giorno dopo giorno un piccolo manto (7)

 

Meret Oppenheim, Votivbild (Würgeengel), 1931, Privatsammlung © VBK, Wien

Meret Oppenheim, Votivbild (Würgeengel), 1931, Privatsammlung © VBK, Wien

 

11 gennaio

 

Proprio mentre tarda l’inverno, ricordo una mattina d’estate di alcuni anni fa. Stava morendo lo zio in una sala di rianimazione, tra tubi e corpi nudi a metà, immobilità dolenti nell’apnea del trapasso. Il luogo turbava per la strana somiglianza ad un’attività artigianale, a momenti frenetica a momenti così insopportabilmente lenta per l’angoscia dei parenti. Un laboratorio dove si decide di raccogliere chi è pronto a passare al šeol, il regno dei morti degli ebrei, e il cui prodotto esce sempre diverso da un altro.

Conobbi un’infermiera che avevamo chiamato per vegliare la probabile morte. Cercai più volte di parlare con lei quando usciva sul grigio terrazzo a fumare. Ora che lo zio è morto e il suo ricordo è solo stampato in una vecchia foto sul cassettone della mamma, constato a me stesso che l’interesse nasceva dal suo strano accento dialettale. Originaria di un paese della Lunigiana, in lei non si riusciva mai a fissare una lingua certa: scivolosa come il parmigiano, tagliente come lo spezzino, un po’ lugubre e triste com’è quel toscano, la sua parlata cadeva nel via vai affrettato di un cortile d’ospedale dove ci affacciavamo per pochi minuti. Mentre la donna, dall’aspetto mascolino e oltre la cinquantina d’anni, raccontava di studi fatti a Parma e del tempo passato ad accudire la madre malata, vicenda che finì per troncarle l’attività professionale per cui aveva studiato e segnarle un destino, io ero chiamato a misurare le sue parole, a pesarne la dolce s o la sonora z. Parlava di questo quando lo zio iniziò a morire definitivamente. Pensavo di rivederla nella camera mortuaria, ma scomparve e forse stava già parlando da un altro terrazzo con la sigaretta accesa tra le dita.

 

 

Questo ripenso mentre leggo il libro di Samuele: sempre vi è stato un intreccio confuso e imprevisto di genti e di lingue.
Mi piace questa storia che narra del profeta Samuele, del re Saul, primo re designato, un po’ sordo e molto invidioso, e di David, campione di bellezza, ardore, capacità militari, fiuto politico e consacrato da Dio. La conquista di Israele e l’unificazione con il regno di Giuda da parte di David si realizza perché le due superpotenze di allora, l’Egitto e il regno mesopotamico, sono in crisi e in quella regione di mezzo che oggi comprende la Palestina, Israele, il Giordano, il Mar Morto, il Sinai e il deserto può avvenire di tutto. E quello che avviene è l’invasione dei Popoli del mare (i Pelasgi). Provenienti dai Balcani, dalla Grecia e dall’Egeo hanno annientato l’impero Ittita, si sono insediati lungo le coste di tutto il Mediterraneo orientale, hanno distrutto per sempre Ugarit. I loro nomi risuonano con terrore dalle onde del mare: Achei, Danai, Argivi, Ionii, Teucri, Dori, Turska, Sardan, Sardi, Siculi e Filistei. I Filistei s’insediano nella regione cananea e puntano l’interno più fertile. Non è una storia di pace, la pace non sembra esistere neppure come concetto, è solo assenza di guerra, concessione di vita un po’ illusoria da parte di un Dio che parla, ispira, pretende attenzione continua, presenza ingombrante invisibile.

 

20 gennaio

 

In questi giorni non è mancato il confronto con la morte e gli incontri con coetanei rimandano ad un passato illusoriamente felice in un presente che rovinosamente frana.
«Giorno dopo giorno» giunge il tempo che si costruisce la dipartita mentre fino a un altro tempo si era creduto di ingabbiare il futuro.
Al funerale di sua madre mi avvicino all’amico proprio quando spinge la bara nella bocca aperta del carro funebre. Nella piazzetta silenziosa si sente il colpo del palmo della mano sulla cassa di legno chiaro risuonare come l’ultimo tentativo di risveglio. Ci abbracciamo, come non lo facemmo mai da ragazzi. Poi, c’è sempre in queste circostanze un momento di gioia speciale segnata da una sconveniente felicità, mi abbraccia una seconda volta. In quel nuovo contatto, che sminuisce agli occhi dei più il primo saluto concesso a coloro che in fila si erano avvicinati, si è rinnovato un patto di amicizia, riconoscimento di un passato non vano.

 

 

Non leggo per fare teologia, mi manca un qualsivoglia fervore religioso. Devo trovare la mia via, a dispetto di un Libro dove tutto pare tendere ad una soluzione con una propria ragione d’essere. Alle prime la vita, compreso Javhe, non sembra funzionare così. Oltre l’insoluto, l’imprevisto; oltre la linea quasi sempre una curva. Rimane la storia, o meglio, il racconto della storia: la storia è un racconto impossibile da replicare, ma il racconto della storia, quel tentativo continuo di dare una ragione al passato, è tutto quello che abbiamo. Costruiamo il bene un po’ a caso, un po’ per sbaglio, un po’ perché di tanto in tanto è riuscito ad altri, geniali o appena più bravi di noi, ed ora vorremmo emularli. Non c’è nessun disegno né divino né storico. La civiltà è un rischio e un’occasione. Ci sono strappi, avanzamenti, errori, balzi indietro, improvvise aperture: tutto vive nel movimento senza nessuna garanzia di felicità.

Così volevo leggere cosa aveva fatto il figlio di un pastore betlemita, lui il più piccolo che non era neppure stato chiamato al sacrificio di una vitella per Javhe perché doveva badare le pecore, ma che Javhe stesso aveva insistito fosse cercato per essere consacrato re. Il re dei re, figlio minore di un pastore. E mentre avanza e s’insinua con la sua bellezza (“era rosso, con begli occhi e di bell’aspetto”), lui che ha tutto (“sa sonare, è un prode e un guerriero, abile parlatore e uomo di bella presenza, e Javhe è con lui”), io mi distraggo, perdo il filo, guardo tra le pieghe di una storia assemblata tra racconti distanti di secoli e ripetizioni continue. Così protagoniste della mia attenzione divengono le donne, queste morbide e more donne, che si affacciano qua e là, alcune in silenzio, molte sottomesse, tutte – così le immagino – sensuali e profumate. Nomi e splendide apparizioni.

 

 

Anna, la «Graziosa», portatrice di grazia e favore, è una delle due mogli di Elqana, insieme a Fenenna, la «Perla». Anna è la preferita e a lei il marito dà sempre «doppia porzione», ma non può avere figli perché ha sterile il seno. Dio le ha serrato il ventre. Fenenna «le infligge continue umiliazioni per mandarla in escandescenza», la provoca con insistenza forte del fatto che è un disonore non “dare” figli, anche se Elqana sembra non badarci: «io non sono per te più di dieci figli?». Perché Fenenna è così e perché Elqana la preferisca, non è dato sapere. Né cosa abbia in più per questa sua mancanza.

Questa storia è messa a capo di tutto, a capo dei profeti e dei re che verranno, di Israele e delle salvezze eterne, vorrebbe segnare indelebilmente la Storia e il redattore del libro ricostruisce un racconto articolato e composito. Sarebbe bastato dire, “Samuele nacque da Elqana, un uomo di Ramataim, e da una delle sue mogli, Anna”. Invece Elqana è protagonista inconsapevole, genitore in second’ordine, e quella nascita una delle più belle storie di maternità. La Graziosa promette a Javhe di dare a lui il primogenito maschio se questi si fosse “ricordato” di lei e Javhe, quando vede «l’amarezza dell’anima» e l’eccesso della tristezza della donna, mostra di intervenire perché interrogato dall’umano. Altrove il rapporto è rovesciato e il suo intervento è misurato sulla base della domanda divina stessa e di un comportamento umano relativo («Hai agito stoltamente non osservando il comando che ti ha dato Dio», dice Samuele a Saul; oppure, «Mi pento di aver costituito re Saul, poiché egli si è allontanato da me non eseguendo i miei ordini», dice Javhe a Samuele).

Al contrario, con Anna è Javhe a “riparare” una sua mancanza e lo fa in virtù dell’agire della donna, la storia in questo caso procede non per una fedeltà o infedeltà al comando di un Dio, ma per effetto di una “domanda” perché non si venga mantenuti «nell’oblio». L’oblio svela una disattenzione, una defaillance di Dio, il quale ha dovuto essere richiamato da una donna. Così Dio «si ricordò di lei» e d’incanto Anna perse la sua sterilità e concepito un maschio lo chiamerà Samuele, che significa «l’ho domandato a Javhe».

Nel racconto Fenenna scompare, chissà come saranno stati i loro rapporti dopo questa benedizione, mentre Anna si scioglie in un cantico pieno di stupore perché il mondo all’improvviso si può rovesciare: «l’arco dei prodi è spezzato mentre i deboli si cingono di forza. I sazi vanno al lavoro per il pane, mentre gli affamati si riposano. Perfino la sterile – sembra dire con un filo d’ironia – genera sette volte, mentre la madre di molti figli appassisce…».

Ma non è la rivalsa o il riscatto dei deboli, degli abietti, dei poveri, che colpisce quanto la volontà di chiedere, di mostrare ciò che è ritenuto un torto, di non cedere al vittimismo e all’autoflagellazione. Anna quando prega il suo Dio non urla («la sua voce non si udiva», non è sotto l’effetto di bevande, ma piange senza dare mostra di sé e lo stesso sacerdote che la interroga non viene a sapere nemmeno cosa sta chiedendo. Vede solo la tristezza sincera nel volto e nelle labbra e le dice: «che ti sia concesso ciò che hai domandato».

 

 

La particolarità di questa storia trova tuttavia un suggello in quello che Anna fa nel periodo che intercorre tra la nascita di Samuele e l’adempimento della promessa fatta a Javhe, ovvero la consacrazione del suo primogenito e poi nelle visite al santuario per il sacrificio annuale. Il primo anno Anna non porta il bambino al santuario, ha pochi mesi e deve essere allattato, nonostante il marito Elqana le ricordi il dovere di sciogliere il voto e non nasconda il proprio timore che Javhe «non realizzi (più) la sua parola». Anna non cede, non rispetta i tempi di una rigida ritualità religiosa e non teme la dilazione dell’offerta, ma antepone tra sé e la fedeltà a quel patto la propria maternità: il bambino deve essere svezzato, non è un «sacrificio» animale da mettere sul tavolo perché, sembra dire sfidando il paradosso, “Dio deve attendere il mio tempo, perché ora il mio bambino non gli servirebbe”. Questa imposizione – se il redattore del libro parla della preoccupazione del marito significa che vi furono delle pressioni e delle discussioni attorno a quel fatto – cosciente e coraggiosa del proprio tempo contro la ripetizione del rito e del tempo del Dio, è la parte più bella dei libri di Samuele, più dell’uccisione di Golia da parte di David, più della sua capacità di sconfiggere per ogni dove i nemici del regno di Giuda e più della costituzione di un unico regno, con l’annessione di Israele, entro confini che non saranno mai più raggiunti.

Anna è l’unica figura, tra le donne e gli uomini del libro, che mostra rispetto a Dio un’autonomia non altera o di contrapposizione, frutto di un rapporto con il divino tutto personale e eterodosso. La stessa maternità apparentemente negata al momento del voto («lo darò a Javhe per tutti i giorni della sua vita, e rasoio non sfiorerà la sua testa») è perseguita «ogni anno» quando la visita al santuario si ripete e la madre porta «un piccolo manto», un abitino per vestirlo. Per tutto l’anno, «giorno dopo giorno», quell’abitino è il legame vivo con il proprio bambino, l’affermazione di un vincolo che neppure Dio è riuscito a cancellare.

 

 

«Fino alla vecchiaia, Io resterò lo stesso; fino all’età più avanzata, Io sopporterò, Io ho fatto, Io sosterrò, Io salverò.» (Is 46,4)