«Umbamboozled» (6)

 

Antoni Tapies, L'enveloppe, 1968

Antoni Tapies, L’enveloppe, 1968

maggio

 

La mattina entro in casa della mamma che ancora dorme, lei solitamente insonne e tristemente nervosa. Appena si sveglia, con il senso di colpa di chi non ha vigilato non si sa cosa, mi dice che stava sognando la sua mamma dormire accanto a lei e finisce il racconto con un «che bello sentire qualcuno accanto!»

 

Nel taglio dell’erba nella vigna vicino il cimitero, due fagiani maschi abbastanza temerari e per niente impauriti dal piccolo trattore mi corrono velocemente attorno, azzuffandosi tra loro. Poi, veloce e lucente, appare un biacco strisciare sopra il tetto del cimitero. Il lungo Coluber viridiflavus, verde come l’erba e giallo come il sole, scappa proprio «come un biacco». L’associazione popolare di biacco al timore eccessivo deriva probabilmente dalla resa in aggettivo della biacca, intesa come tintura bianca e pallida, e si sposa bene con il carattere pauroso dell’innocuo ma mordace serpente: anche noi d’altronde fuggiamo solitamente alla vista della lunga frusta, rimanendo entrambi ignari della vicendevole codardia.
Il serpente deve essere ben affezionato ad un luogo, se ricordo con precisione che proprio sul tetto del cimitero da piccolo avevo visto due frenetici esemplari avvinghiarsi in amore.

 

 

Nell’incontro con l’amica R. circola un’aria strana, nuova, insolita come se fosse definitiva. Mai erano state usate parole come «scorrettezza» e «non chiarezza». Trovo soprattutto pungente il suo sottolineare una mia certa permalosità riguardo la «esclusiva scoperta» di G. per la mostra d’arte programmata. La sensazione è assai fastidiosa perché da una parte la commercialità dell’atteggiamento di G. per me ha carattere assai chiaro, mentre dall’altra la presenza o meno della sua opera nella giornata di musica e arte diviene la ferma condizione per la partecipazione di R. stessa. Decido di soprassedere e cerco di rimediare con un’ambigua presa di tempo leggendole un passo di Jünger che mi è sembrato proprio adatto alla sua opera.

Le figure del mito entrano attraverso porte che erano state murate, dimenticate. È l’acqua della vita, il vino che inebria. Tutte le più sottili combinazioni di moventi della storia sono annientate da questa forza, si trasformano in un effetto ottico, funicelle con cui si fa calare il sipario. (Ernst Jünger, Die Hütte in Weinberg, 155).

Rimango indeciso se l’equilibrio di distanza e affetto con cui ci lasciamo sia un progredire del rapporto. Nel frattempo è sembrato assumere un carattere più fermo il ripetuto accenno alla mia «artista favorita» ed è come scoprire sotto la corazza gentile e misurata un pungiglione di un veleno non mortale che non conoscevamo e da cui, in un momento di distrazione, ci siamo lasciati colpire. Così, se da parte mia rimane la certezza di non considerare nessuno «favorito», nel momento del suo attacco più temerario, ho scoperto come sicura e inattaccabile la mia difesa.

 

 

Sono abituato a scrivere a mano. L’arte è connessa ai sensi, senza carta e penna non c’è sensibilità. (Aaron Appelfeld)

La domenica si raccolgono le indicazioni librarie, le spigolature, le notizie e suggestioni. Tutto questo parlare di fiera del libro è proprio un esercizio di virtù civile e buonsenso borghese. Il mio interesse per il libro nella dimensione pubblica e commerciale non potrebbe essere che industriale. Di modo che, non vi andrei come si va in libreria, che è pur sempre una chiesa dei laici col suo bisogno di silenzio e separatezza, ma solo per studiare i formati, giudicare i colori, farmi rapire dal carattere tipografico, provare il taglio delle collane, scoprire intraprese editoriali nuove. Alla fine in certi luoghi l’interesse per il contenuto stretto del libro rimane secondario, perché l’editoria rimane un’impresa che può essere separata dal prodotto ma non dal processo di produzione.

 

 

Oltre al rinnovato proposito di leggere Appelfeld, prendo suggestioni qua e là. Tra questi il libro di un autore, dove, pur non avendo ben capito di cosa tratti, si viene a sapere che Fernanda Romagnoli è la sua poetessa preferita. Tanto basta.

Fervidamente imploro che m’insegni, / ma – pronta a tutto – sbaglio ad obbedire. / Mio Dio, mio cacciatore: / io sono il cane all’erta dei tuoi segni. / Inebriato, trafitto da ogni odore, / su e giù per la boscaglia, / lasciando sangue sugli sterpi. Invano. / Ché l’orgasmo lo svia, l’ansia l’abbaglia: / e azzanna ciclamini e fiuta guizzi / di salamandre e serpi, / mentre con lieve strepito dal grano / s’alza in fuga la quaglia. (F. Romagnoli, Per la boscaglia)

 

 

Poi una poesia di uno sconosciutissimo Tapparo.

Le uova nella paglia maturano. / Trasmigra il tepore, il rosso s’infiamma / e fa calda la mano / di chi le coglie con grazia. / Così nella poesia maturano i versi / e un barlume di sogno / negli occhi di chi legge.

 

 

Di Breyten Breytenbach colpisce l’acutezza di sguardo di fronte a un dipinto di Vermeer.

Strano, come da questa apparente serenità possano essere venuti fuori i boeri. Eccoli, li vedi, partono per l’Africa.

 

Dentro di me colpevolizzo l’Achmatova per il mio stato d’animo inquieto e per l’aridità che «l’esercito di monchi e storpi» ne riceve. Tutto si riapre e poi inesorabilmente si chiude in se stesso. Dai versi di Hölderlin, con cui avevo blandito bocche pronte a parlare e cuori decisi a rinverdirsi, giungo a quelli di Auden.

 

Small marvel, then, if many adopt / cancer as the only offered career / worth while, if wards are full of / gents who believe they are Jesus Christ / or guilty of the unforgivable sin.

Dalla speranza di una rigenerazione al grido lancinante di accusa a muti e delusi amici. Non c’è spazio stasera, «nel centro di Manhattan» per gioie in scadenza di termini e io non mi vergogno più per la mia «Schadenfreude». E nessuno ha resistito alla mia richiesta di farsi specchio su cui posare il distratto volto o mano dove appoggiare la fronte. A poco a poco si sono defilati.

 

 

La zia, costretta a farsi carico della salute della nipote, ha portato racconti d’infanzia ormai desueti per me, ma altrettanto capaci di suscitare un’immaginazione stupefatta nella bimba. I soliti aneddoti, che per l’adulto servono a esorcizzare il male, sono ripresi in fantasie da burla e rivestiti di chissà quale scena ripensata. Tra le altre cose quell’idea, caparbiamente coltivata e mai abbandonata, il racconto di me «cocco di nonna»: un’assertività anch’essa utile a schermare e mantenere in piedi un palcoscenico certo. Tra queste nebulose di sentimenti vago senza decidere la posizione del mio cuore.

 

 

Da più giorni rimango «umbamboozled» attorno a nodi di pensiero, a riflessioni che s’ingorgano in se stesse; così le relazioni ne risentono e emerge il mio futile e fastidioso lato immobile. Dentro è tutto un rovello mentre fuori una piatta insignificanza muove nervosismo e inquietudine. Il morbo Achmatova è uno schermo su cui profondità sconosciute riflettono ombre indistinte. La stessa scrittura si annoda attorno a una relazione che non riesco a far sgorgare tra «l’atto estetico» e la materialità della «infinità o indefinizione» del piacere, di cui parla Leopardi nello Zibaldone (1025-1026). Questo intimo rapporto mi consuma attimi dietro attimi e rimango affacciato con occhi aperti e impotenti sul nulla.

 

 

Massima per questi giorni stranamente sospesi, dove la tecnica ha inferto un colpo mortale al mio esercito di monchi e storpi:

Chi traduce un versetto alla lettera è un bugiardo, chi aggiunge qualcosa è un blasfemo. (Talmud)

 

Il computer ha portato sul taccuino una coltre di aridità e il peso inutile della parola. Questo diceva la massima talmudica. Blasfemo è chi crede di ricamare con la forma e l’ossessiva ricerca di perfezione stilistica ciò che invece è il riflesso istantaneo dell’anima.

Angela e Balint, coppia stralunata dai vivaci colori e dai passi felpati portano un po’ di vita nel putrescente e falso paradiso di Walt Disney, dove anche le fatte delle rondini inducono risentiti pensieri di proprietà.

 

Mentre si dirada il sentiero segnato della propria traccia, getto piccole esche nel lago paludoso di questo inizio estate perché dal fondo le speranze sorprese cadano in inganno.

 

 

A Firenze da R.. Rimane un’incisione del suo Maestro regalatale dalla moglie. Porta la data del 1947 e il paesaggio desolato ha l’impronta della Apocalisse appena passata. Penso allo sguardo di Jünger su quegli alberi mozzi e scuri. L’immagine sembra depurata del «fantastico» vagheggiare che già avevo conosciuto in altri suoi disegni.

 

Più tardi siamo intenti a tradurre in un italiano corrente una scheda biografica di W. per il “festival” di Rinella. Ogni rappresentazione di sé deve tanto produrre segnavia certi quanto celare il periodo dell’aridità e del silenzio artistico: un misto di vanità e censura. Quando è il turno della mia presentazione, il pensiero appura l’esiguità del mio cammino, la modestia della traccia. Ma a che serve questa impronta?

 

 

«Si scrive col proposito di essere veri e veritieri, e poi ci si accorge di essere stati sempre inesatti, sempre non veri, e qua e là, pur senza volerlo, bugiardi. La scrittura non è adatta a fermare la verità, se anche sia il solo istrumento per provarsi a farlo. Il linguaggio va bene per la poesia, perché la poesia non vuole esprimere la verità, ma è una costruzione ideale, che ha una verità sua, la quale prende forma con la parola e diventa tutt’uno con essa.» (Virgilio Schönbeck, in arte Virgilio Giotti, 1947.)