Alfred Kubin / Ludwig Angerer ~ Ero un bambino molto selvaggio

 

Ludwig Angerer; Crown Prince Rudolf von Oesterreich-Ungarn, Austria, 1863.

Ludwig Angerer; Crown Prince Rudolf von Oesterreich-Ungarn, Austria, 1863.

 

Io sono nato il 10 aprile 1877 a Leitmeritz, una piccola città della Boemia del Nord. Sui primi due anni della mia fanciullezza la mia memoria tace completamente. Verso il terzo anno ritrovo vaghi ricordi di balocchi, di verde fogliame inondato di sole e dello smunto, pallido viso di mia madre. Mio padre, ex ufficiale dei cacciatori, dopo la campagna del ’66 ottenne un impiego statale, come geometra. Lo incontrai per la prima volta a Salisburgo; aveva dovuto lasciare la sua giovane famiglia per due anni, per fare il suo dovere di soldato nella lontana Dalmazia. Nella nostra nuova dimora, dove la mamma e io ci eravamo installati così comodamente, egli irruppe un giorno all’improvviso e suscitò in me immediatamente un senso di ostilità. Ma, placata dal dono di un berretto dalmata rosso, la mia gelosia ben presto si calmò, e noi concludemmo, con riserva, la pace.

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Jerzy Andrzejewski / David Seymour ~ Io non volevo andare a una Crociata

 

David Seymour, 1948

David Seymour, A displaced child from the Sudeten Lands plays with homemade doll, Austria, 1948

 

Di quanto vasto ed irresistibile fosse il rapimento religioso, può far testimonianza quella strana crociata di bambini che, qualche anno prima della morte di Innocenzo III (1213), mosse dalla Francia sud-orientale, e perfino da alcune contrade tedesche. Un pastorello prese a dire che gli spiriti celesti gli avevano rivelato che solo gli innocenti e i fanciulli avrebbero potuto liberare il Santo Sepolcro. Ragazzi e ragazze tra gli otto ed i sedici anni lasciarono i loro villaggi e si diressero in massa verso il mare. Molti di essi perirono uccisi dalla fatica e dagli stenti. Molti altri furono preda di avidi mercanti che allettarono a sé i fanciulli, per poi farne commercio.
FREDERICH SCHLOESSER, Storia universale

 

Per tutta la durata della confessione generale fu sospeso ogni canto, s’era ormai alla fine del terzo giorno, e sempre andavano per le immense foreste del Vendôme, camminavano senza inni né suono di campanelli, stretti gli uni agli altri, e non s’udiva che il monotono fruscìo di duemila piedi rotto a momenti dal cigolìo dei carri che seguivano il corteo di fanciulli portando i più sfiniti dalla fatica o quelli che avevano i piedi tanto piagati da non poter più camminare, la strada nell’antica foresta sembrava non avere inizio né fine, già cinque domeniche erano trascorse da quell’ora vespertina in cui Jacopo di Cloyes detto il Trovatello e talvolta, ma da poco, il Bello, aveva lasciato la sua capanna solitaria tra i pascoli di Cloyes e aveva detto a quattordici pastori e pastorelle del villaggio: comanda Iddio onnipotente che di fronte all’insensata cecità dei re, dei principi e dei cavalieri, i fanciulli cristiani mostrino amore e misericordia per la città di Gerusalemme, che è in mano ai Turchi pagani, poiché al di sopra di ogni potenza sulla terra e sul mare la fede sincera e l’innocenza dei fanciulli può compiere le imprese più grandi, e in quattordici partirono quella notte di primavera colma di rintocchi di campane e del pianto delle madri abbandonate, ma ora che andavano nella foresta e da tre giorni durava la confessione generale che doveva mondarli da ogni colpa e da ogni peccato, erano ben più di mille, il sole lontano splendeva indifferente sopra le distese d’ombra, umidità e silenzio, ma più forte di quel lontano bagliore era l’ombra dei tronchi possenti e delle chiome, dei rami, delle foglie:

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John Barth / Diane Arbus ~ L’infanzia di Giles ragazzo-capra

 

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Diane Arbus, Child crying, New Jersey, 1967, Etherton Gallery

 

Mi chiamo George; delle mie gesta si è parlato a Tower Hall, e la cronaca della mia infanzia è apparsa sulla Rivista di Psicologia Sperimentale. Io sono l’individuo cui davano allora il nome crudele e ingiusto di Billy Bocksfuss; avessi davvero avuto il piede forcuto, non sarei ora ridotto a trascinarmi claudicando con l’aiuto di un bastone, né a farmi portare a spalla dagli altri, per andare a scuola quando piove! Sì, fu proprio per non avere uno zoccolo come si deve che, a quattordici anni, fui io a essere preso a calci invece che a darne; e a giacere storpiato sulla torba maleodorante, mentre vedevo il mio primo amore spassarsela con un bruto angora. Pietà per quel capro, che con la sua cornata mi fece volare da un mondo in un altro, per le sue dure corna che fecero cambiar genio alla mia bella, mi esiliarono dal pascolo e mi spedirono zoppicante giù per la strada che percorro tuttora. Questa fronte priva di corna, vergogna e ludibrio della mia infanzia di capretto, lui la incoronò della vergogna umana: dissi addio alla mia esistenza di capra scornata e mi lanciai, cornuto studente umano, verso le Porte della Promozione.

 

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Wole Soyinka / Pieter Hugo ~ Giona, il baobab e altri alberi

 

Pieter Hugo, Junior Ofokansi, Chetachi Ofokansi, Mpompo Ofokansi. Enugu, Nigeria, 2008. C-Print 102x102cm.

Pieter Hugo, Junior Ofokansi, Chetachi Ofokansi, Mpompo Ofokansi. Enugu, Nigeria, 2008. C-Print 102x102cm.

 

Persino il baobab si era raggrinzito col tempo, eppure mi ero immaginato che questo baluardo sarebbe stato eterno, al di là delle crescenti prospettive di un’infanzia svanita. La sua circonferenza si era ridotta col tempo ed i rami ora davano solo una piccola ombra. C’era un nome per la torre campanaria della scuola, una descrizione perlomeno, un posto nella famiglia delle cose fisiche – veniva senza sforzo – l’Unico Bambino del Lontano Campanile. Solo che ora anche la distanza tra il campanile e la torre campanaria si era ridotta. Bianco come un pilastro di sale, il campanile della chiesa domina ancora alberi di mango, l’albero di orombeje sul sagrato, e anche il cenotafio, che, benché situato fuori delle mura della chiesa, sembrava appartenere alla stessa famiglia allargata della Chiesa di San Pietro. A volte il campanile della chiesa si profila contro la strada scoscesa che porta a Iberekodo, dando gomitate agli arrugginiti tetti nani lungo i suoi fianchi. Aké, Ibarapa, Itoko, poi oltre la collina Mokola, il quartiere Hausa, prima di Iberekodo vero e proprio. L’alveare di capanne brune, case dai bordi rosa e arancione, si arresta bruscamente prima della cima e cede il posto al muro ordinato e agi ampi cancelli della scuderia del capo. Nascosti nella collina ai due lati della strada ci sono i mercati-gemelli di Ibarapa, mercati notturno e diurno, la notte a destra, il giorno a sinistra. Nulla di questo è cambiato.

 

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Čingiz Ajtmatov / Sergei Prokudin Gorskij ~ Madre-Cerva Ramose-Corna

 

Sergei Prokudin-Gorskij, Karelia

Sergei Prokudin-Gorskij, Karelia, 1916


 

I brividi seguitarono ad assalirlo anche quando si mise a letto. Per un bel pezzo non poté addormentarsi. Fuori era già notte fonda. La testa gli faceva male. Ma il bambino non disse niente. E nessuno seppe che egli era malato. Lo dimenticarono.

E come non dimenticarlo!

Il nonno era completamente fuori di sé. Errava come un’anima in pena. Usciva, rientrava, si sedeva, tutto afflitto e tirando dei gran sospiri; poi di nuovo si rialzava e ripartiva senza meta. La nonna brontolava con astio contro il vecchio. Anche lei andava su e giù, usciva nella corte, rientrava. Da fuori giungevano voci indistinte, frammezzate, passi affrettati, bestemmie – di nuovo Orozkul, sembrava – e qualcuno piangeva, singhiozzava.

 

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