Gheppio

gheppio

 

Montale, Lorenzo de’ Medici, Boccaccio, Pascoli, Leopardi, Shakespeare, Pierro, Hopkins e un piccolo falco

 

«In vero egli era un certo sparverugio (sparviere) / che somigliava un gheppio, tanto è poco». Lorenzo de’ Medici, La caccia col falcone

 

Nella poesia di Montale L’estate, dalla raccolta Le occasioni, l’istante sembra far intravedere il volto sconosciuto e imprevedibile della realtà. Mentre scompare il descrittivismo puramente naturale, rimangono gli attimi dove le cose si caricano di un’attesa misteriosa: arbusti e uccelli inutili l’uno all’altro, la vista cieca di una nube, l’inarrestabile rinnovarsi di una sorgente, la fanciulla Aretusa che fuggendo da Alceo come un lampo «forse» appare nel luccicare di una trota in risalita e poi altre minuzie vive e altrimenti invisibili incagliate nella cruna della vita. Tra loro domina, per posizione iniziale ma senza regalità e risoluzione, il gheppio o meglio la sua «ombra crociata», presenza fugace e inavvertita, «ignota», con la sua piccola vita fra le tante che servono per farne una. Immerso in tanta invisibile (in)significanza il volo del rapace passa radente e lascia una traccia nella poesia moderna, segnando il suo ritorno alla normalità delle cose dopo essere passato nella tradizione dalla dannazione di animale legato alla morte alla simbologia di forza piena e brutale, essenza pura e eccessiva del bello, in Gerald Manley Hopkins.

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La poesia ornitologica di Paolo Bertolani

 

 

Bosch, Giardino delle delizie

Hieronymus Bosch, Giardino delle delizie, part. pannello centr., 1480-1490 circa, Olio su tavola, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid

 

La poesia ornitologica di Paolo Bertolani

 

Se per scrivere di un poeta si deve essere poeti, conoscere la lingua che non s’impara, ascolto che diviene suono, capacità di sguardo che si fa parola – mai bravura, stile o dono-, come posso scrivere di Bertolani? Io non sono poeta e d’altronde di lui hanno già scritto Giovanni Giudici, Giuseppe Conte, Anna De Simone, Francesco Bruno, Giovanni Tesio con quella precisione asciutta che ti apre un mondo. Niente c’è da dire di più del suo dialetto di Serra di Lerici, un dialetto forse non più esistente o semplicemente «interno», nel doppio senso di nascosto nell’entroterra ligure e «lingua materna», murata al silenzio da una lingua nazionale sempre più «stracciona» (G. Giudici). Tutto è stato detto sulle influenze, che sarebbe meglio dire le presenze, nella sua poesia: Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci, ma anche gli Ossi di Montale e il Pianissimo di Camillo Sbarbaro. E Bertolani non manca di seminare dediche che divengono risonanze prima di debiti, a volte amicizie: Machado, Antonia Pozzi, Giorgio Caproni, Sandro Penna, Charles Tomlinson, Luciano Erba, Wisława Szimborska, Raffaello Baldini, Franco Loi, Cesare Pavese, Giacomo Noventa.

Ma ancor più si è detto della sua poesia di attesa e di dolore, della necessità di «esprimere il segreto palese del mondo, (…) restando sul confine di un’ambiguità irriducibile fissata nell’interrogativo che congiunge la denuncia della scomparsa e l’annuncio dell’esserci» (G. Tesio). Un lavoro sulle proprie radici che non è nostalgia o recupero ammiccante, ma è perdita pura e amara disillusione.

E poi i temi. La morte, presente non solo nella progressione inesorabile della malattia («… e adesso che davvero è venuta sera») ma dentro il senso ultimo della vita, che è sogno («Ci sta, dentro quei sogni, / l’odore dei miei morti. / Passano tutti in fila / bisbigliando del male che gli ho fatto, / ed è il loro odore che mi chiama, / che dice il mio nome», da Raità da neve), che è aria

 

Se ‘e gose d’i morti, cóm’i dise,
la rèste tèrne ‘ntàtisse ‘nte l’aia,
e nissùn gi pè pu scancelàe

– ‘nte l’aia

fèa de chì, sórve a l’àigua de mae,
tra i àrbi chi la sùrbe – l’aia –
e pò  i ne la redàn, buatà dar verdo fresco
d’i fòge chi gh’an,
nicò ‘nte l’aia scua
d’i borrigón, e ‘nte quela
d’i scae –

s’la gh’èn davéo – ‘nte l’aia –

‘ste góse, e quarcò seguamènte
la ne podiàve die

alóa a semo noi i marnà
che nó gi vèi sentìe.

 

(«Se le voci dei morti, come dicono, / restano eterne intatte nell’aria, / e nessuno le può più cancellare / – nell’aria / fuori di qui, sopra all’acqua di mare, / tra gli alberi che l’assorbono – l’aria – / e poi ce la ridanno, setacciata dal verde fresco / delle foglie che hanno, / anche nell’aria scura / dei baratri, e in quella / delle scale – / se ci sono davvero – nell’aria – / queste voci, e qualcosa sicuramente / ci potrebbero dire // allora siamo noi i malnati / che non le vogliono sentire» ‘E góse, l’aia).

 

Il mare. In quella regione che leva e pone e che nella forma abbraccia e contiene, è un’estraneità ineludibile, un confine insuperabile («come dicessero / ogni volta: più in là»), un luogo preciso non un’entità qualsiasi: « questo mare, il mare»

 

La n’è na matità che solo adè
a ‘mpréndía a nó digo a damàlo
ma arméno a compatìlo, ‘stó mae, er mae,
ch’a mio da quand’a posso ramentàe?
e ch’a me férmia a dine con Rosò, chi ‘n sa
de ‘sto mae, der mae, quanto s’én pè savée?
Nó vorià die che adè quarcò – come ‘n fio
de bigo zu drento de me – i me ghe liga,
a ‘sto mae, ar mae: zu
dónde manco i me’ penséi i san miàe?

(«Non è una follia che solo adesso / impari non dico ad amarlo / ma almeno a compatirlo, questo mare, il mare, / che guardo da quando posso ricordare? / e che mi fermi a dirne con Rosò, che ne sa / di questo mare, del mare, quanto se ne può sapere? / Non vorrà dire che adesso qualcosa – come un filo / di verme già dentro di me – mi ci lega, / a questo mare, al mare: giù / dove neppure i miei pensieri sanno guardare?» Der mae).

 

Bertolani non entra mai nel mare e se ne sta in una distanza non prudente o diffidente ma necessaria a definire il proprio io, in quello spazio tempo che va «dal mare di ulivi a l’altro mare» (G’ea Davidin l’ométo co’ ‘r sigaro, in Raità da neve) dalla casa «così vicina al mare che non amavo, / ma sapevo che c’era» (, in Raità da neve).

 

 

Eppure il mio rapporto con Bertolani è stato un silenzioso legame, il dialogo interiore che il lettore crede di stabilire con il poeta, per l’illusoria visione che la parola poetica rimanda, in quel sottile aprire e chiudersi delle rispettive esistenze che s’intersecano nel sentimento del mondo. Ogni libro era una visita al paziente e brusco artigiano di parole che andiamo a incontrare di tanto in tanto per vedere le poche cose che ancora resistono attorno a lui, i cambiamenti, le scoperte nuove, le ultime invettive-preghiere. Una geografia interiore, minimale e potente, dolorosa e impietosa, per niente consolatoria.

Ma c’era sempre stata una comunanza che sembrava non dovesse assurgere mai a valore poetico, a “tema” su cui costruire una riflessione e che rimaneva nascosta dentro me. Ogni volta quel volo, quell’apparizione improvvisa e misteriosa, il ritorno costante e l’inderogabile e ferma ripartenza, un canto ora sommesso ora uno «sgolarsi», un frusciare tra le frasche o un frullio di ali dentro il camino, era il motivo “vero” per cui scrutavo nel suo mondo a costo di perdere di vista quell’unità di espressione, la cifra della sua parola. È la presenza degli uccelli che ho sempre cercato, perché, sebbene a differenza di Bertolani non abbia mai praticato la caccia, come uomo di campagna che lavora nei campi e cammina nella solitudine dei boschi, il mondo degli uccelli mi ha sempre parlato, dettato il tempo, segnato i confini, mostrato le strade senza segno tracciate dai voli, fatto udire linguaggi prodigiosi e scrutare i travestimenti meravigliosi e bizzarri. Ma allora perché gli uccelli e non il frinire delle cicale, la biscia sempre scacciata e la svelta lepre, il cane lontano e quello sulla porta di casa, che pure anch’essi tornano più volte? Perché, oltre la morte e il mare, fissarsi su questi animali, minimali come le occasioni domestiche dell’esistenza? Forse sono la prova vivente, nel senso di autonoma e altra vita, dell’invisibilità di un mondo che la parola poetica recupera e svela in tutta la sua evidenza?

Sono cinque i suoi libri di poesia che tengo in mano e alterno nella lettura. Non c’è il suo vero “primo”, anche se c’è l’ultimo. Il primo di loro è scritto “ancora” in italiano, in uno degli ultimi persino Saffo è tradotta nel dialetto di Serra di Lerici. In ognuno il mondo degli uccelli è presenza costante, ora sotterranea ora enunciata, ora pura immagine ora realtà animale. In nota ho portato alcuni numeri.

 

♪♪

 

In Incertezza dei bersagli (1976) – quale titolo per chi pratica una caccia “confusa” dalla «malizia delle cose»! – il mondo volatile s’introduce tramite lo stato della veglia, del sonno e del sogno. Sono apparizioni discrete di cui solo il poeta si accorge nel volgere di uno sguardo («un transito / di storni in una stagione impossibile», in Veglia I); incerte («il passo // delicato degli uccelli» sulle foglie a terra, In rosa) o di passo e transitorie (la cesena fulminata di Variazioni con uccelli); stanno tutte sul limitare della luce e della coscienza, sempre mute e anche quando si riuniscono in moltitudine sono appena una «sommessa babilonia» (Veglia II); sino alla fantasia visionaria dell’«uccello marino» che riporti in groppa il poeta Tomlinson dall’Inghilterra alla Liguria (in La casa di Charles). Nel complesso la presenza è evocata, appena reale, e associata alla morte: la cesena, appunto, fulminata dall’alta tensione rimanda ad «un pugno di cenere più chiara» (Variazioni con uccelli) e un’anitra che passa lenta nella palude è bersaglio incerto (Della caccia).

 

Variazioni con uccelli

 

I

 

Fatto entrare
il mattino – nettezza
e lividume che dilagano fino al sacro
cuore nella tastiera – è un altro giorno, dici,
un foro in più nel biglietto
dannato. Consigliami tu che vestito
che faccia per affrontare la luce.

Il frullo che hai sentito nel sonno era un uccello
costretto nel camino da un vento che per quanto
è stata lunga la notte ha battuto i magri
appezzamenti e rinverdito frane
da anni assestate. (E qui ricordi il destino
della cesena che hai visto dal balcone nei giorni
del passo fulminata nella cabina dell’alta tensione).
Se ti alzi vedrai il piccolo
scheletro in un pugno di cenere più chiara…
Ma ora il vento è caduto, c’è l’aria che rovescia
le foglie come quando si presenta
la neve.

 

II

        Ah il buono
di certe giornate – qui, o alle sagre
da qui remote, sul fiume. Le tavolate
furiosamente umane.
Dici che stai morendo in un banale
intruglio di carte da gioco e di lunari
e che non sono del gruppo
premuroso che fa quieti i rumori. E rumori, blandizie
del mondo sono schiuma che insieme
ai gerani gela ai vetri.

Dici che sei vivo nell’artrite, nella solita
testa da cambiare che rintrona
quando la luna è fiele nella gola
dei cani.

                Nella borsa riponi
calde lane, libri imponenti:
come se tutto nel verde, e interminabile,
dovesse procedere il viaggio.

 

 

♪♪♪

 

Si può dire però che è con Seinà (1985), prima raccolta di poesie tutte in dialetto, che il tema ornitologico irrompe e si prende improvvisa la scena. Fin dal suo esordio è un esplodere di figure precise, non più un uccello indeterminato ma un volatile particolare e sempre diverso in quel mondo multiforme e variegato: ecco allora il pettirosso dal bavagliolo rosso (Picéto), la civetta che grida in pieno giorno (G’è n’usèlo), il fringuello il cui cantare è un appiglio dinanzi allo sbandamento dell’io (Frenguélo), il merlo che pare allocchito ma invece è un burlone sollecito alla fuga (Merlo), il cuculo ritorno annuale che rinnova e scandisce il passare degli anni (Dimande ar cucù), i balestrucci che vagano dalla collina al mare (Fainèi), il fagiano di Miando ‘n can, l’assiolo «arelèio de pume» («orologio di piume», Ciodo) o il treteté, lo scricciolo, che « a nó so com’ la fa tanta góse / a stae tuta ‘nte ‘n corpo / che che squasi i nó gh’è» («non so come fa tanta voce / a stare tutta in un corpo / che quasi non c’è», L’useleto der fredo). Sono situazioni minimali libere e lontane dal romantico estetismo e dall’ecologismo cittadino, per cogliere le quali è necessaria un’esperienza, uno “stare” in attesa come il cacciatore o con i sensi pronti come il «viandante sbandato» qual è il poeta, mentre i forestieri che lasciano il mare nell’estate agli sgoccioli di quel «cantae fisso de usèi» («cantare fitto di uccelli») non sono in grado di raccontare al loro ritorno (Foresti). Poi nel prosieguo della raccolta quel mondo particolare torna ad essere indistinto, consistenza appena accennata («l’usèlo che a l’arba g’è na brisa» «l’uccello che all’alba è una briciola», Campàe) o moltitudine gioiosa nell’acacia tutta fronda (Arbi), nello spazio indeciso e sofferente tra l’aria e la neve («solo ‘n patíe pe i usèi / en penéso / ‘ntee punte di stabièi» «solo un patire per gli uccelli / in bilico / sulle punte dei recinti», A neve (en èi)) o nell’estranea città dove il poeta porta «una scatoletta d’aria di qui» ai merli (Piassa Gioliti, a l’oto), lui «sperso / ‘nte ‘sto mae de cà» («sperso / in questo mare di case») che cerca un dialogo col «Pàssua de negrofumo» («Passero di nerofumo», forse il codirosso spazzacamino, «spennato» e impoverito, En çità). Infine e di nuovo l’«uccello marino», che mai ha un nome (Bertolani è terrestre e gli uccelli limicoli sono altri da quelli dell’entroterra) e che nel suo inquieto e insoddisfatto vagare è associato al «pensare» (Pu ‘n là).

 

D’aprìe

 

‘Sto mese ‘n fióe me svégia
nó l’arelèio, nó ‘r campanae menudo
che drento ae rudelete, quand’a vòi,
i principia a sonae,
ma tute e qualità de usèi
che aa prima luse, a scomissa,
come bón lavoanti,
squasi drento ar me lèto
i vene a ciaquelae.

 

D’aprile. Questo mese in fiore mi sveglia / non l’orologio, non il campanare minuto / che dentro alle rotelline, quando voglio, / comincia a suonare, / ma tutti i tipi di uccelli / che alla prima luce, a gara, / come buoni lavoranti, / quasi dentro al mio letto / vengono a chiacchierare.

 

♪♪♪♪

 

‘E góse, l’aia (1988) racchiude il nostro tema fra due mani, l’una iniziale (con lo scricciolo di pe ‘r menìn D.: «Bastiài apena mete man a s-ciòpo… / Ma dime te, menìn: com’a fiéi, dopo, / a ‘ndàlo a repietàe, c’ló gnente de pume / che adè i refiàda e i trema / tra l’aofògio e a lena?» «Basterebbe appena mettere mano al fucile… / Ma dimmi tu: come farei dopo, / a andarlo a racimolare, quel niente di piume / che adesso respira e trema / tra l’alloro e l’edera?») e l’altra sul finire (da càcia), le quali non eludono la contraddizione della caccia ma la risolvono sul versante della sua impossibilità a tenere dentro di sé la verità: si è cacciatori per la necessità di dolore e non per un gioco o una passione. D’altronde si sta «fermo dall’alba» ad attendere il battere d’ali del tordo che non passa perché non è più la stagione del passo (da càcia, 1) o si attende «d’i óe: d’aia vèta, de fòge-farse ae…» («delle ore: d’aria vuota, di foglie-false ali…», da càcia, 4). L’attesa e il dolore, infatti, ma anche l’invettiva e  una disincantata esistenza, iniziano a prendere campo nella sua poesia dove le «parole-rondinelle» insegnano a leggere il cuore (pe a Giliola). Di nuovo una gragnola di canti, di voli e visioni anche se ora portano con sé una nuova amarezza e una disillusa nostalgia: il cuculo e la rondine sono gli uccelli centrali di questa raccolta, e non è un caso che l’uno sia il più schivo e il più malinconico («e i cucù, / chi ne gomìsse dae costèle» «e i cuculi, / che ci immalinconiscono dalle collinette», De stada I) e l’altra sia portatrice di una felicità impossibile all’uomo, precisa nel ritorno a rifare sì «i voli usati» (‘E rondinéle) ma inflessibile nell’andarsene, unico insegnamento lasciato su «cós’i g’è ‘stò campàe» («cos’è questo vivere», Alèste, ‘e rondinéle).

 

 DE STADA II

L’è tórna ‘r tempo ch’aborìsso a stada
e ch’a me ‘nfrìco ogni vòta de pu
donde a màcia la se ‘nfóda
e come a mana a spèto
che tuta a bèla séa
la se nónsia
co ‘e prime
sensàe
– e co’ i usèi, chi aoménte
e po’ i sméte de bòto
e gh’è ‘n momento che tuto se fissa,
chi pae morto, e po’ la riva ‘n ventisèlo
fresco daa banda der mae…

D’i vòte a cambio strada e a vago a sbate
‘nta cà spèrsa da Cosemìna, e a me sèto
tra ‘e mófe de quei comodi vèti chi rembómbe
– nicò si dise che ogni tante lune
la ghe revén i spiriti miàe
cós’la gh’e de cambià.

 

D’ESTATE II – Di nuovo è il tempo che aborrisco l’estate / che m’infilo ogni volta di più / dove il bosco s’infolta / e come la manna attendo / che tutta la bella sera / si annunci / con le prime / zanzare / – e con gli uccelli, che aumentano / e poi smettono di botto / e c’è un momento che tutto si ferma, / che sembra morto, e poi arriva una brezza / fresca dalla parte del mare… // Delle volte cambio strada e vado a sbattere / nella casa sperduta della Cosimina, e mi siedo / tra le muffe di quei vani vuoti che rimbombano / – anche se dicono che ogni tante lune / vi ritornano i fantasmi a guardare / cosa c’è di cambiato.

 

♪♪♪♪♪

 

Con Avéi (1994) quella rottura con il mondo esterno apparsa con ‘E góse, l’aia si approfondisce, quasi a dover ridurre lo sguardo d’azione («Quéle bèle parole ch’a daméva / l’èn voà tute via / com’i scàpole dai fredi / ‘i usèi chi dame l’aprìe» «Quelle belle parole che amavo / sono volate tutte via / come scampano dai freddi / gli uccelli che amano l’aprile», Bocabolario). Gli incontri con gli uccelli si consumano ora durante il freddo della stagione, nella città o nella loro assenza totale o tetra meccanicità: ecco la lagna delle tortore (Praga 1968), la miseria inquinata dei passeri carbonai (di nuovo i codirossi spazzacamino?) intrisi di nerofumo (Viàgi), il canto monotono degli orologiai assioli (Ninanana, Tute ‘e óe) e nella riproduzione incarcerata che sempre vorrà andare e sempre vorrà restare.

 

Dói canarìn

a C.

 

Quando te me repéti
che te véi dói canarìn
‘nte na gàbia vérda
tacà verso ‘r mae,
mas-cio e fémena,
chi pòssie figiàe,
te t’lé savessi
che grupo te me meti
chi ‘nta góa,
e come l’è ch’a te penso,
fìgia méa spumà
gabiàn drent’a ‘r me mae,
con n’àa en cà e l’artra
alèsta contr’a i frédi
der campaàe.

 

DUE CANARINI
Quando mi ripeti / che vuoi due canarini / in una gabbia verde / appesa verso il mare, / maschio e femmina, / che possano figliare, / sapessi / che nodo mi metti / qui nella gola, / e com’è che ti penso, / figlia mia spiumata / gabbiano dentro il mio mare, / con un’ala in casa e l’altra / pronta contro i freddi / del campare.

 

 

~

 

Nota: anche se la poesia rifugge il dato quantitativo, il tema ornitologico ricorre con frequenza ripetuta e costante. In Incertezza dei bersagli (1976) su quarantacinque componimenti il tema appare otto volte e in Dall’Egitto, che è una sezione aggiunta a Incertezza nel 1990, appare l’uccello simbolo della mitologia egizia, Gli ibis. In Seinà (1985) il tema è presente in diciotto su ottantaquattro poesie con una forte concentrazione nella parte iniziale. In ‘E góse, l’aia (1988) su ottantotto componimenti sono diciotto i riferimenti (ma nella sola da càcia le figure si ripetono otto volte). Avéi (1994) ha diciassette riferimenti su ottantotto poesie, Libi diciannove su novantuno, Raità da neve tredici su centosette.
Incertezza dei bersagli:
Il quadro (I): Variazioni con uccelli, I, cesena, uccello; In rosa, uccelli; Per una ballata di mezzo inverno, I, creature (…) di più gentile piumaggio; Veglia, I, storni; II, gazza; II, uccelli; La casa di Charles, uccello marino.
Il ’63 Il ’68: Grotta a Fiascherino,  piviere, uccello.
Due bambine (1962-1971): Dell’altra bambina, passero.
Il quadro (II): Della caccia, anitra;
Dall’Egitto (1990): Gli ibis
Seinà:
Picéto, pettirosso; G’è n’usèlo, civetta; Frenguélo, fringuello; Merlo, merlo; Dimande ar cucù, cuculo; Fainèi, rondinotti (piccole rondini, balestrucci); Miando ‘n can, fagiano; Foresti, uccelli; D’aprìe, uccelli; Ciodo, assiuolo (assiolo); L’useleto der fredo, treteté (scricciolo); A neve (en èi), uccelli; Pu ‘n là, uccello marino; Campàe, uccello; Piassa Giolitti, a l’oto, merli; Arbi, uccelli; En çità, passero.
E góse, l’aia:
Aiète: pe ‘r menìn D., scricciolo; pe a Giliola, rondinelle
‘E góse, l’aia: Dar Linàe, cuculo; De stada I, cuculi; De stada II, uccelli; Donde pè nasse n’idea, passero, uccello; Amìghi, uccello; ‘E rondinéle, rondini; I gabiàn, gabbiani; Alèste, ‘e rondinéle, rondini.
Bigéti daa Lunigiana: Aia d’àigua, uccello, rondinelle; ‘Sto ‘mbastàme cossì, uccelli; «Oimé, ch’a coménso, tordela; A bèstia logordìna dita amóe, passeri; Vegnù setembre, uccelli.
Cuntàe: de na létia, uccello; d’i dòne, passero; da càcia, (1) tordo; (2) uccelli; (3) merlo; (4) uccello; (5) uccello femmina; (6) galletto di marzo, upupa; (7) pettirosso; (8) fucile
Avéi:
‘E cà: ‘E lane, volo; Ninanana, assiolo; Bocabolario, uccelli; Praga 1968, tortore; Viàgi, passeri carbonai (forse i codirosso spazzacamino); L’è per voi, uccelli; Tute ‘e óe, assioli; (Tré poesie pe’ L. e M.), rondini; Dói canarìn, canarini, gabbiano.
Fina ‘n fondo: Co’ sta luméa de rasi, passero; Che luse lisa, uccelli; Andà tute ‘e stéle, rondini; Sortimo a ramentàe, pettirosso; De sta malinconia ch’la me sconsùma, uccello; E alóa – adìo, uccelli.
Cuntàe: de Bernà Mòi, pettirosso; de ‘n soteraménto, fringuelli.
Libi:
Aiéte: (‘a gàbia), uccelli; G’éa tuto ‘n fódo, uccelli; L’usèlo chi se spuma, uccello; Bel’àigua, uccelli; Ma t’lé sé che tra gh’è ‘n mae, fringuello; D’aprìe, uccelli; Invito (II), storni; Respòsta, uccellino; [Tra gente t’aviè semenà ‘i òci bèi], rondini; A me disé: Liguria, gabbiano; Oci, gabbiani; I gabiàn, i gabbiani; Dónche l’amóe i siài, passeri; Come da fante, uccelli; Tréi, uccello; [Fòri de la bela gabia]*, usignolo, uccelletto; [‘A fontana e ‘e quatro]*, usignolo.
Raità da neve:
Nix: Nicò, rondine; Killer, merli, fringuelli; Cunto da végia, uccelli, tordi, pettirossi; Nix, cardellino (organo maschile).
Raità da neve: Rondinèle, rondini; Cóse l’è sta che ògi, uccelli; ‘Nguàno i me gabiàn, gabbiani; Compleàni, passeri di fumo (codirossi spazzacamini?); Cuntéto de Florindo, assiolo; ‘A luse grande, uccelli; Cansonéta der prado, fringuello; Camìn de l’àigua, uccelli; Te me disi che n’usèlo – en rossignòlo, uccello, usignolo, uccellino; I sómi, civetta; Di vòte – er pu di vòte -, uccello; Lèghi (I), passeri; Aa Fortéssa, uccelli.

 

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Paolo Bertolani (La Serra, 26 gennaio 1931 – 19 febbraio 2007)

 

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Piccola bibliografia poetica di Paolo Bertolani:

1960    Le trombe di carta, Sarzana: Carpena (poi Lerici: Contatto, 2004)
1976    Incertezza dei bersagli, Milano: Guanda
1985    Seinà, Torino: G. Einaudi
1988    ‘E góse, l’aia, Parma: U. Guanda
1989    Diario greco, Bergamo: El bagatt
1994    Avéi, Milano: Garzanti
1995    Sotocà, Dogliani : Liboà
1998    Die, Reggio Emilia: Diabasis
2000    Aiete : (Ariette), Bollate: Signum
2001    Libi, Novara: Interlinea
2002    Se de sea, Genova: San Marco dei Giustiniani
2004    Piccolo cabotaggio, Lerici: Contatto
2005    Raità da neve, Novara, Interlinea