Sardegna ~ Elio Vittorini

 

Giuseppe Biasi, Sposalizio a Nule

Giuseppe Biasi, Sposalizio a Nule (1914-15)

 

Sardegna come un’infanzia

 

Isole

Io so cosa vuol dire essere felice nella vita – e la bontà dell’esistenza, il gusto dell’ora che passa e delle cose che si hanno intorno, pur senza muoversi, la bontà di amarle, le cose, fumando, e una donna in esse. Conosco la gioia di un pomeriggio d’estate a leggere un libro d’avventure cannibalesche seminudo in una chaise-longue davanti a una casa in collina che guardi il mare. E molte altre gioie insieme; di stare in un giardino in agguato e ascoltare che il vento muove le foglie appena (le più alte) di un albero; o in una sabbia sentirsi screpolare e crollare infinita esistenza di sabbia; o nel mondo popolato di galli levarsi prima dell’alba e nuotare, solo in tutta l’acqua del mondo, presso a una spiaggia rosa. E io non so cosa passa sul mio volto in quelle mie felicità, quando sento che si sta così bene a vivere: non so se una dolcezza assonnata o piuttosto sorriso. Ma quanto desiderio d’avere cose! Non soltanto mare o soltanto sole e non soltanto una donna e il cuore di lei sotto le labbra. Terre anche! Isole! Ecco: io posso trovarmi nella mia calma, al sicuro, nella mia stana dove la finestra è rimasta tutta la notte spalancata e d’improvviso svegliarmi al rumore del primo tram mattutino; è nulla – un tram: un carrozzone che rotola, ma il mondo è deserto attorno e in quell’aria creata appena tutto è diverso da ieri, ignoto a me, e una nuova terra m’assale.

(…)
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Giardino di Boboli ~ Hermann Hesse

 

Valerio Cioli, Nano Morgante sopra la tartaruga

Valerio Cioli, Nano Morgante sopra la tartaruga, Vista laterale da sx, Giardino di Boboli, Stanzonaccio (1564 ca)

 

Giardino di Boboli

 

1901

 

Nonostante tutti i miei sforzi per gustare al massimo il soggiorno a Firenze, non rimpiango affatto i pomeriggi trascorsi a camminare e fantasticare nel giardino di Boboli, Della visita ad alcune chiese famose, di tante città attraversate frettolosamente, non ho riportato che memorie vaghe e sfumate, ma le ore trascorse a Boboli spero di non dimenticare mai.

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Il Po (1) ~ Cesare Zavattini

 

traghetto e po

Cesare Zavattini, Traghetto e Po, 1977; cm. 61×49; Tecnica mista su cartoncino

 

Viaggetto sul Po

 

Cerreto Alpi, 7 ottobre 1963

 

Il Cerreto è gonfio di neve, il chiarore dà un senso fittizio di caldo, le sbarre del cancelletto fanno riconoscere sulla costa il camposanto, dove c’è la tomba di mio fratello morto da quarant’anni, in quell’epoca la mia famiglia viveva su quei monti e io a Parma, a Castelnuovo persi la corriera apposta per non arrivare in tempo al suo funerale, avevo paura del dolore, non solo di provarlo ma anche di vederlo; arrivai la sera tardi che non c’era più una lacrima in casa e dissi ho perso la corriera, non riesco a dimenticare quel tono della voce.

Lungo la strada poco fa allungavo la mano per vedere sciogliersi i fiocchi sul palmo, la chiamano neve volona, che vola, perché asciutta, e la tramontana la fa crescere rapidamente contro i muri, presto il sereno la ghiaccerà, si sentiranno degli scricchiolii di vetro prima del disgelo che protrae la stagione umiliante del fango fin oltre marzo.

 
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Lucca e Bagni di Lucca ~ Michel Eychem de Montaigne

 

14

 

«Ho visto, in occasione dei miei viaggi, quasi tutti i bagni famosi della cristianità, e da qualche anno ho cominciato a servirmene (…). …Ho scelto finora, per soggiornare e servirmene, quelle che offrivano maggiore amenità di luoghi, comodità di alloggio, di vitto e di compagnia, come sono in Francia i bagni di Bagnères; al confine della Germania e della Lorena, quelli di Plombières; in Svizzera, quelli di Baden; in Toscana, quelli di Lucca e specialmente quelli della Villa, dei quali ho usufruito più sovente e in diverse stagioni.» Montaigne, Saggi, II, 37[1]

 

Lucca

5-7 maggio 1581

 

Lucca (…). Città un terzo più piccola di Bordeaux, indipendente, tranne che – per la sua debolezza – si è gettata sotto la protezione dell’imperatore e di casa d’Austria. È ben recintata e bastionata, ma con i fossati poco profondi, pieni d’erba verde, piatti e larghi al fondo, e vi scorre solo un rivoletto d’acqua. Torno torno alle mura, sul terrapieno interno, esistono due o tre filari di alberi appositamente piantati che dànno ombra e – dicono – fascine di legna, all’occorrenza; e all’esterno non appare se non un bosco che nasconde le case. Vi si mantiene sempre una guarnigione di trecento soldati stranieri. La città è assai popolosa, specialmente di setaiuoli; strette le vie, ma buone; grandi case e belle quasi dappertutto. Vi si passa attraverso un piccolo canale derivato dal Cerchio [Serchio]. Stanno costruendo un palazzo pubblico del valore di centotrentamila scudi che è ormai ben innanzi. Asseriscono d’aver soggette ventiseimila anime, senza la città, e hanno alcuni castelli, ma nessuna città nella loro giurisdizione. Qua, nobili e uomini d’arme sono tutti mercanti: i Buonvisi [famiglia di mercanti lucchesi] ne sono i più ricchi. Gli stranieri non possono entrare che da una porta dove si tiene un nutrito corpo di guardia.

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Napoli ~ Walter Benjamin

 

 

Alberto Chiancone, Nel porto di Napoli, 1915-1930

Alberto Chiancone, Nel porto di Napoli, olio su cartone, 30×20,3 cm

 

Napoli [*]

 

Quando si dice Napoli, che cosa vi viene subito in mente? il Vesuvio, credo. Spero che non vi dispiacerà molto se io invece non ve ne parlerò affatto. Naturalmente sarebbe tutt’altra cosa se si fosse realizzato il mio massimo desiderio – un desiderio terribile, che comunque una volta mi è venuto – di assistere a un’eruzione del Vesuvio. Sono rimasto lì in zona per otto mesi ad aspettare. Sono salito fino in cima al Vesuvio e ho guardato all’interno del cratere. Ma la cosa più eccitante che mi è capitato di vedere a Napoli è stato un bagliore rossastro che di tanto in tanto solcava il cielo quando a tarda sera sostavo nella terrazza di un locale situato nei pressi di Castel Sant’Elmo, che è il punto più alto della città. “E di giorno?”, mi domanderete voi. Ma credete forse che a Napoli, uno abbia ancora il tempo per voltarsi a guardare il Vesuvio? Si è già contenti di riuscire a sfuggire all’andirivieni delle automobili, delle carrozzelle e delle motociclette e di emergere a nervi saldi dal frastuono degli strilloni, dei clacson, degli strepitanti tintinnii dei tram e del grido strascicato dei ragazzi che vendono i giornali. Non è affatto facile procedere in condizioni del genere. Proprio la prima volta che arrivai a Napoli si stava inaugurando la metropolitana. “Magnifico!”, mi sono detto, “così potrò andare immediatamente dalla stazione in albergo con le valige.” Allora però non conoscevo ancora bene Napoli. Quando il convoglio del metrò sbucò fuori dal tunnel, c’erano scugnizzi napoletani che non solo stavano aggrappati a ogni finestrino e a ogni porta, ma avevano anche invaso ogni posto sia a sedere che in piedi. Per loro era un divertimento il fatto che la linea metropolitana fosse stata inaugurata due o tre giorni prima, poco importava se per loro o per le persone per bene intente a sbrigare i propri affari. Risparmiavano i pochi soldi necessari e poi si divertivano ad andare avanti e indietro fra una fermata e l’altra. Per cui le vetture erano stracolme di viaggiatori, cosicché la gente che aveva fretta non poteva arrivare a destinazione.

 

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