taccuini dell’anno maiuscolo

Il taccuino nero

Raffaello Sanzio, Eraclito

Raffaello Sanzio, Eraclito

30 novembre

Nei filosofi antichi il consegnare il proprio pensiero alla forma scritta è guidato dal desiderio non tanto della sua diffusione, quanto della sua conservazione e custodia. Così, secondo la tradizione, uno dei libri più antichi fu quello posto da Eraclito a Efeso nel tempio di Artemide, volendolo salvaguardare e proteggere in un luogo sacro. L’oscurità del pensiero eracliteo si collegava così alla eccezionalità del sapere depositato nello scritto (G. Cambiano).

Mi domando: «Quanto ho nascosto nello scritto parti di me per conservarne memoria muta?»

2 dicembre

Di solito è un taccuino nero, di piccolo formato con una chiusura elastica che lo contiene e un segna pagina color vinaccia. Le annotazioni sono in maiuscolo e per questo si chiama “taccuino di un anno maiuscolo”. Sono segni, tracce di vita, pensieri tratti dalla lettura. Lo stile è intenzionalmente breve, immediato, conciso. Il suo percorso è iniziato su un notes di colore ocra ancora più piccolo, dove la registrazione era ancor più epidermica e la parola scritta si avvicinava in modo aderente alla minuzia del sentire. L’anno maiuscolo porta con sé un tratto sviante dal momento che l’anno si dilata e si sovrappone a quelli successivi per determinare l’impossibilità di una circolarità temporale. Alla fine di maiuscolo rimane solo la grafia, abito della scrittura che lo significa e che testimonia il fallimento attraverso l’accadere di un quotidiano minore. Non è un diario essendo la sua progressione dettata dalla quantità di tempo donata alla sua registrazione e non sempre alla forza dell’evento. Alcuni passaggi parlano di storie, di rapporti, di incontri colti in un divenire la cui finalità si può perdere o non venir registrata: una malattia mortale, così, è accennata per il susseguirsi di un rapporto farraginoso, ma manca completamente della sua parte finale, che eppure ha rappresentato un culmine drammatico importante. L’inutilità autobiografica, come assenza di un fine ricostruttivo e di dimensione futura, si unisce alla sua leggera traduzione terapeutica: il fallimento si depura del suo doloroso accadere attraverso la magia di invisibili fili del reale.

Il luogo del suo riposo, nell’attesa cumulativa dei neri segni della scrittura, è nella libreria, con la costa breve verso chi la guarda e in posizione orizzontale. Il suo segreto sta nell’anonimato della sua posizione e nel disinteresse degli abitanti della casa.

Da Eraclito, che consegnava nei recessi della sacralità del tempio lo scritto per la sua conservazione, ho preferito passare al Notes magico di Freud, perché nella sua metafora l’atto della cancellazione della «parte materializzata dell’invisibile apparato mnestico» sembra portare via «le tracce permanenti degli eccitamenti percepiti» (Freud, X. 63-64).

Leggo la Nota sul “Notes Magico” di Freud nella traduzione di tutte le sue opere del 1978 e il commento di Derrida su Freud e la scena della scrittura, tradotto in italiano dal francese. Le parti della Nota richiamate nel saggio mi risultano più chiare, sebbene vi sia una doppia traduzione dal tedesco al francese e quindi dal francese in italiano. Comunque sia la diminuzione o l’accrescimento del testo è strettamente legata ad un equilibrio interpretativo estremamente complesso. Quando un anello di questo percorso oppone una resistenza il senso (o semplicemente il gusto) della parola prende strade impreviste e nulle, diminuendo o aumentando la propria significatività. L’esempio sta nell’incipit. Nella traduzione dal tedesco di GW, XIV.3, si legge:

Se non ho fiducia nella mia memoria – notoriamente i nevrotici ne diffidano in maniera considerevole, ma anche le persone normali hanno ampi motivi per diffidarne – posso però integrare e rendere più certa la sua funzione prendendo degli appunti scritti. La superficie su cui l’annotazione è conservata, sia essa un taccuino o un foglio di carta, diventa una specie di parte materializzata dell’invisibile apparato mnestico che normalmente mi porto appresso.

Nella traduzione dal francese del 1971 invece era:

Se io diffido della mia memoria – come notoriamente fa il nevrotico ad un grado eccezionale, ma come l’individuo normale ha tutte le ragioni di fare – posso completare e garantire la sua funzione fornendomi di una traccia scritta. La superficie che riceve questa traccia, il taccuino o il foglio di carta, diventa, se posso esprimermi così, un elemento materializzato dell’apparato mnestico che altrimenti io reco in me in maniera invisibile.

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18 dicembre

Nel taccuino nero vi si registra

un determinato strato di avvenimenti che si compiono nella sfera spirituale e fisica. Ciò che ci preoccupa nel nostro intimo più profondo si sottrae alla comunicativa, anzi spesso alla percezione. (Jünger, Strahlungen, 50)

Tuttavia a volte, nell’esercizio dell’osservazione della nostra anima, si costruisce il limite percettibile della propria profondità dandole una veste poetica o riflessiva. La sensibilità in tal modo diviene compiacimento del proprio sguardo.

15 gennaio

 

Il taccuino era la sua casa, con il pensiero probabilmente scriveva senza interruzione. (T. Lindgren, Miele, 20)

Ho portato il taccuino nero nella tasca senza avere il tempo di scrivere. Già stasera sono stato preso da una qualche agitazione per la paura di perdere un ritmo, una consuetudine, l’esercizio: qui sta il suo vantaggio e il suo pericolo, la ripetizione del gesto è apprendistato spirituale ma anche giaculatoria rassicurante.

Anche quella sera lei rimase seduta un paio d’ore davanti al suo taccuino.
Spesso si ripeteva, ma non poteva curarsene troppo, probabilmente neanche i suoi pochi lettori vi avrebbero dato importanza, forse pretendevano perfino un certo numero di ripetizioni, le ripetizioni aiutavano a riconoscersi, grazie alle ripetizioni la parola scritta diventava simile in modo quasi sconcertante al resto dell’esistenza. E poi, in fondo non si trattava di arrivare a dire una cosa o l’altra, ma solo di mostrare ed esemplificare. (T. Lindgren, Miele, 62-63)

26 gennaio

 

Quando dico a qualcuno che «la scrittura mi ha salvato e cambiandomi ora chiede il conto di un costante esercizio, come fosse preghiera», vengo interrogato subito sulla natura dell’oggetto prodotto. «Cosa stai scrivendo?». In realtà io non sto producendo niente, vivo nella più completa inazione finalizzata. Il mio taccuino non fa diario e rifugge la trama; s’interromperà per morte non propria e infatti è un inutile sostegno; è carta disegnata dalla mia calligrafia che rimarrà chiusa nell’oscuro contatto delle pagine che si toccano, dove «ricordo e oblio, vissuto e non vissuto insieme comunicano e si separano» (G. Agamben); chiunque lo prenderà finirà per tradirlo, cercando di farne una fotografia, ma il suo linguaggio non descrive niente e può essere riconosciuto sono nel mezzo della sua apparenza,

risultato inevitabile di quelle aspettative morbosamente ingigantite, di quelle pretese di perfezione e significato esasperate fino all’ossessione. (T. Lindgren, Miele, 156)

 

5 aprile

 

L’arte è questo: non un fine. / Un lavoro di anni / per dar fuoco a un istante. (Parronchi, Assemblea)
Nessuno si preoccupa del mio taccuino nero, né il primo né il secondo né gli altri. A chi interessa un libriccino che si muove da un letto all’altro, in cima ad un pacco di libri per lo più insoliti e inattuali, con la penna nera e il lapis bianco che verga con l’asterisco le pagine? Forse T. qualche volta ha curiosato nel «libro che il babbo sta scrivendo», ma è probabile che la sua «rara inutilità» sarà seppellita nella completa indifferenza, anche se subito viene in aiuto Baratynskij e con lui Mandel’štam.

È povero il mio dono, flebile la mia voce, / ma io vivo ed il mio essere sulla terra / è di consolazione a qualcuno, un giorno / un lontano nipote scoprirà nei miei versi / quest’esistenza: e chi può saperlo? La mia anima / riuscirà ad allacciare rapporti con la sua, / e come nel mio tempo ho trovato un amico, / così guadagnerò un lettore fra i posteri. (Цар убог, и гопос мой не громок, 1828)

Sebbene non tutti siamo poeti, ognuno può misurarsi con il suo linguaggio. E lo facciamo quando vogliamo dire di noi stessi non ciò che non è o ciò che ci costringe in uno abito stretto e poco consono, ma ciò che è necessitato da un moto anteriore alla parola e che rimane per essere detto al di là di noi. Questo è il motivo per cui non è il contemporaneo o il conosciuto colui a cui ci rivolgiamo, perché a lui «possiamo solo dire ciò che si conosce». Così dice Mandel’štam:

La sola cosa che ci spinge tra le braccia dell’interlocutore è il desiderio di meravigliarci delle nostre parole, di rimanere affascinati dalla loro novità e per la loro comparsa inattesa, [… perché] aria della poesia è l’inatteso.

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