Don Chisciotte nella miniera

 
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12 ottobre

 

Ultime giornate di un autunno semiestivo, con il suo umido languore mattutino e un impertinente caldo pomeridiano dove le zanzare impazzite la fanno da padrone. Notte travagliata per un forte mal di schiena, il taglio del bosco che si fa sentire. Solo il pomeriggio son riuscito a perdere la ridicola e rigida posa statuaria. #

Paesaggi minerari. Presentazione di un libro sui «paesaggi minerari» nella sala del Museo delle Mine, ricavato dalla chiesa di Castelnuovo.
Giungo nel borgo cadente con il nipote, il quale non manca di presentarmi a chi gli si avvicina. Il fascino del potere ha sempre il risvolto della penosa e ostentata adulazione. Il primo che si avvicina è un uomo piccolo e rotondo, dal sorriso dolce e bonario, e quella medesima calma con cui ora mi parla, quando più tardi interverrà nel dibattito, si rivelerà padronanza di linguaggio. Mi fa sapere che per l’autrice del libro ha pronta una interposta domanda o meglio, una domanda sulla domanda di un altro: «Il mio anziano suocero che ancora scende vicino al borgo abbandonato dove tiene due galline mi ha chiesto: “noi ai figli lasciavamo la miniera e il lavoro… e voi con questi laghi cosa lasciate loro?”».
Poi si fa sotto l’editore, la cui mancanza di fascino risalta dinanzi al mestiere di cui fa vanto:  «ecco mio zio, quello che aveva la libreria F.»… tenevo i suoi libri, edizioni locali tutte foto e testo diviso in colonne come dispense universitarie… «ma io non ci sono mai stato – dice con sfrontata impertinenza- perché ci veniva il mio collaboratore». Mi vuole convincere che una libreria può vivere solo se diventa un caffè letterario, mentre lo guardo e lo seppellisco sotto le macerie del borgo: non ascolto queste facezie lanciate come fossero scoperte scientifiche, dette con la stessa naturalezza con cui si sorseggia con una mano un drink e si trastulla con l’altra l’ultimo I-Phone.
Guardo chi arriva: se tolgo i parenti, faccio la tara degli amministratori, spurgo i due politici che arrivano a metà dibattito, non tengo conto dei “giovani autori” – venuti apposta ad annunciare proprio a lui, l’Editore, la loro prima opera come fosse il novello Ulysses del ventunesimo secolo, non metto nel conto l’operaio per le luci, il giornalista e il reporter televisivo… ecco, siamo rimasti noi in questo «caffè letterario», le ultime dieci persone da istruire e rendere attivi…
Sono scettico su questo inizio sul davanzale della Chiesa, da cui Arduina Beni si sporse nel vano tentativo di riconoscere nella calca giù in basso il proprio babbo, indeciso tra stupore e terrore di una fucilazione imminente: al solito sono solo e mi sento isolato e appartato, refrattario alla macchina multifunzione di un piccolo potere che agisce all’interno sui solerti adepti e colpisce ai lati i resistenti, mostrando all’esterno una gloria di cartone. #

Mi siedo a metà sala dove la ciurma dei dieci si assiepa con finta nonchalance a dissimulare un coinvolgimento né troppo partecipe come lo è per coloro che già annuiscono con la testa sotto il palco né pregiudizievolmente critico come chi se ne sta pronto nei pressi dell’uscita. Tuttavia l’entrée dell’autrice porta una ventata di piacevole disorientamento: a parlare dei paesaggi minerari, delle terre ferite, dei progetti di riuso e riqualificazione sarà questa bella donna, che ora solca il corridoio centrale come una diva dello schermo, alta, la capigliatura bruna, la voce diretta, gli occhi di un nero profondo, sguardo che nulla concede all’altro. Ha un’andatura rigida come la mia ma dipende dagli inutili tacchi che la innalzano oltre i quattro presentatori del suo libro… sono troppi quattro presentatori persino in un caffè letterario.#

Alla fine la presentazione e il piccolo e veloce dibattito mi sono piaciuti. La «bell’architetto» ha spiegato con sufficiente chiarezza che il paesaggio ricettacolo di suggestioni estetiche e romantiche è una falsa prospettiva perché l’uomo cambia di continuo il territorio che lo circonda attraverso spostamenti progressivi e infinitesimali. Invece, in un paesaggio devastato dall’estrazione mineraria il cambiamento è spaventosamente veloce (in pochi anni si strappa alle viscere della terra il prodotto di due milioni di anni!) ma anche indissolubilmente congiunto al tempo vitale di una o due generazioni le quali hanno visto il prima (la prima vita, dove il mondo contadino convive con l’estrazione poco visibile perché sotterranea), il durante (la seconda vita o Regno di mezzo, con il cazzotto dell’imponente centrale e le sue ciminiere, lo sventramento del terreno, il trasporto del nero oro dalle polveri assassine, ma anche il dispiegamento della tecnica, dell’attività, dei saperi e delle professionalità, della sicurezza economica), infine il post (la terza vita è il presente di chi è chiamato a domesticare la Natura che altrimenti riprende il suo corso inesorabile, illusorio quanto quello della razionalità dell’uomo). #

 

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Dopo il dibattito, l’accenno alle galline del suocero dell’uomo rotondo e la “cattiva” domanda (ma perché “cattiva”?) del Direttore che trova l’autrice fascinata dall’esempio tedesco fatto di preveggenza più che di memoria (“mi perdoni l’ardire”, dice arrotando le erre, ah, i romantici italiani e i solidi tedeschi!), proprio quando fuori la luce del tramonto esausta ha abbassato ogni pretesa estiva, mi sono alzato a fatica per il dolore alla schiena, come un Cavaliere d’altri tempi, l’uniforme lucida e colorata, la spada verticale a sostegno del corpo, un leggero e civettuolo profumo che soffiava verso l’alto dal collo allentato e ho preso la parola… #

«Mia Bella Signora, Onorevoli Amministratori, Esimio Editore, Memore Direttore, Spirito dei sessantotto uomini che addossarono la schiena al contrafforte, nella vana speranza che il sasso li inghiottisse a loro protezione e che invece fece solo salire come un filo di nebbia il loro “Ahhh!” tanto prolungato da essere sentito perfino su nei monti, io Vi ringrazio di un pensiero che avete instillato nella mia mente fin dal primo momento che sono entrato in questa sala denudata degli orpelli religiosi, nuda come un calvario e bianca come una vergine. Lei, squisita signora che ha portato un profumo altero di gelsomino tra le polveri della lignite, ha voluto mostrare con insistenza il dolce degradare della valle che dal castagno tramuta senza interruzione in olivo e che s’incanta in un grumo di case sospeso sopra il vuoto surreale di un lago (quanto impossibile sarà stato per quell’Andrea del Sarto che dimorò nel borgo, il solo immaginarlo!), fino a cozzare sulle ellittiche vasche mastodontiche, moderno riflesso di preistorici animali, le cui bocche fumanti sotto il severo e magnifico profilo montano rendono al cielo le voci infernali della valle profonda. E Voi, miei compagni di fila, Voi tre moschettieri di Castelnuovo che ho visto gioire dinanzi le grandi braccia di acciaio, gialle come costruzioni di giochi per bimbi, e mormorare soddisfatti per i lunghi nastri trasportatori, per le loro improvvise deviazioni e il rutilante rumore: c’era nei vostri occhi la scintilla del sapere tecnico, la lucentezza della mente di ingegneri, il freddo sudore dell’operaio specializzato. A Voi è dedicata la Visione Occidentale della vallata illuminata dal suo cuore elettrico, razionalità della Tecnica, primato della Produzione, subdolo dominio del Benessere. Da qui il Potere ha costruito la sua fotografia, da quella lontananza pacificata e ritenuta necessaria…

Ma la prego, mia amazzone calzata su ardite punte, provi a spostare le sue nere pupille ad un altro altrove, provi a porsi ad esempio dal Meridione distratto e indifferente, da quel Sud che non sapendo rinunciare alla sua innata leggerezza ha vissuto la plaga delle viscere terrene come il richiamo lugubre della Morte, Sirena perversa di sinistri cigolii e Alito plumbeo di velenosi miasmi sottili. Provi a pensare al fortunato uomo che ha sempre immaginato questo paesaggio, circondato dai suoi muri invisibili e da forre pericolose, come fosse un check point minaccioso. Dal Sud l’altopiano verdeggiante di frumento transgenico copre la vista al dominio della Necessità della Tecnica e lui, libero, non ne teme la seduzione mortifera…

E Lei, Direttore, il cui meticcio accento la svela ospite recente e figlio acquisito della nostra terra, Lei, addetto al recupero delle tracce di narrazioni passate, quale pensa sia stato lo sguardo da Oriente, dalla levantina e nemica vallata e ancor più da quel paese dal nome assunto in un Olimpo divino con le sue fila monotone di basse case giallo ocra, dispiegate a difendere dalla sporca nebbia i suoi curvi operai? Pensa che furono essi ignari di un’Estetica in difetto o non era per loro più insopportabile il grigio e scivoloso fango sotto l’agguato del fulmine di Zeus che nella sua noia con divertita casualità trafiggeva di tanto in tanto una di quelle miserabili formiche?…

Ora, se non fosse che la mia dimora io l’ebbi ereditata da signori longobardi che in un Eden recente cacciavano cervi e cinghiali, beccacce e leprotti, quando la selva estendeva il suo umido manto fino alle porte dei severi manieri, se non fosse per le leggende udite nel canto dei fuochi, non potrei ora parlare né temere il Vostro scherno per la mia ridicola e lucente armatura. È da lì e dalle barde gesta di una costa gentile che i miei avi guardavano il mondo, con gli occhi pungenti e le bionde capigliature fluenti di nordici condottieri, giunti fin qui forse rapiti dalla leggenda di un sole che inebria. Meleto è la mia distanza, dimora dispersa da dove abbiamo imparato a vedere il folle cratere dall’anonimo silenzio del ricurvo bracciante e dello svelto barrocciaio, dell’ignorante chierico e di una disfatta puttana. A noi in questa rosa dei venti la bussola disse d’indicare la memoria del passato, il dolce declivio, la bianca linea della strada che scende e che sale, il calore della sua linea incerta e confusa…». #

… L’operaio Sancho Panza, barcollante nelle tonde gambe e con un filo pendente dal dio Orecchio da cui prendeva Ordini Celesti, mi ha offerto l’alabarda sbrecciata sino allora amorevolmente appoggiata al muro. I suoi occhi chiari e perduti guardavano oltre, oltre i laghi e il tramonto, oltre il pigolio acquietato di due galline fuori dal tempo.

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