Tschusii, cardellino peruviano

 

… e co’ i usèi, chi aoménte e pò i sméte de bòto … 

 Paolo Bertolani

 

 

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Il pastore di via dell’Ariento. Nella chiesa di Santa Trinita di una Firenze distratta e affaticata, una Natività rinascimentale, dipinta dal Ghirlandaio nel 1485 in modo così pulito e signorile che pare vera, illumina una cappella interamente affrescata. In un nitido paesaggio di colline toscane s’intravede a sinistra il corteo magnifico dei Magi che vengono ad adorare il bimbo adagiato su un tessuto prezioso, mentre alla destra, tra i pastori raffigurati con precisione fisiognomica, l’artista si è autoritratto con forte prominenza scenica nell’atto di indicare agli altri un punto in basso e al centro della scena. Sulle prime sembra invitare gli altri pastori ad ammirare il piccolo mentre beato si succhia il pollice, ma l’indice della sua mano è rivolto ancor più in avanti e leggermente più in basso, dove sopra una pietra anch’essa sontuosa – tutto è ricco e perfetto nel dipinto – c’è un cardellino, ritratto di spalle, colto dal pittore pastore in tutta la sua impertinente curiosità. Il gesto del pastore, insieme al dettaglio dell’ombra che rivela da dove giunge la luce del dipinto, sembra un invito a non essere distratti da tutta la ricchezza di quella natività e a considerare il cardellino mascherato di rosso come il protagonista nascosto e discreto del quadro.

Chasca. «Siamo partiti a bruzzico» disse Edoardo, mentre il traghetto lasciava il porto, lentamente, soffiando intorno l’acqua sporca. Guardai i suoi tratti rotondi, gli occhi chiari come una sfida d’argento, i capelli raccolti contro la fresca brezza del mattino e pensavo a quella parola … aveva forse a che fare con l’aria velata che nascondeva l’ignoto dove eravamo diretti o era la luce tenue di quando non è più notte e fatica a farsi giorno? … nelle sue parole parve risuonare il crepitio silenzioso delle stelle in procinto di tacere … ma presto apparve l’isola e  un altro porto e noi ci dirigemmo verso sud. Mangiando finalmente sulla spiaggia ci scoprimmo ancora incerti e adusi al mare … solo la sera la stanza a noi riservata di una villetta incredibilmente addossata al mare sarebbe stata libera, in attesa che la proprietaria avesse fatto ritorno dal lavoro. Quando comparve, trascinando due gambe magre tra la sabbia, intravedi a malapena i suoi tratti netti e selvaggi. Amanece, questo era il suo nome, si rivelò una vera peruviana con due lunghe fasce di capelli nero corvini che le dividevano equamente il volto. Era «vera», anche se per un attimo dubitai e guardai le poche luci nel rettilineo lungo la breve ed esangue spiaggia alla ricerca di un conforto che mi rassicurasse che non stavo sognando e che quella donna comparsa spedita e senza tema di sbagliare nella nostra direzione era proprio la dea che aspettavamo. Cosa ci faceva lì, in quell’isola stretta e ammassata, una divinità Inca conquistatrice alla rovescia del nostro mare? Non feci a tempo a formulare d’attorno la mia domanda agli ancora instancabili camminatori, che Edoardo con la solita faccia di bronzo le stava parlando già in uno spagnolo perfetto e risalendo dietro di lei si girava verso di me ammiccando con la solita sua ironia.

Il sogno bianco. Non fu una vacanza indimenticabile. Già il mattino successivo ero sulla spiaggia da solo ad aspettare l’alba che qui sorge dal mare. Fortunatamente quando tornai né Amanece né Edoardo erano in casa e avrei preso a bighellonare per l’isola da solo. La notte, nello scendere la scala rumorosa di legno per andare in bagno, avevo visto, attraverso una porta che non c’era, la donna a letto con i lunghi capelli sciolti sul lenzuolo bianco, di un bianco violento, come pulito per sempre e senza macchia, tutta la camera era bianca e stranamente vuota, non un tavolo, una mensola, appena una sedia e una cavità nel muro a fare da armadio. Il suo nome ora mi sfuggiva, «Anochece» provai a pronunciare debolmente. Fuori le colline erano rotte di tanto in tanto dal rumore delle auto che passavano per l’unica strada. Mi parve sentire il suo sguardo bucare l’oscurità e tirai dritto. Molto dopo, al tempo del mio ritorno, seppi che non si era minimamente accorta della mia presenza, e dopotutto io avevo guardato tutto quel bianco più che lei. Ci trovavamo nel punto dove la spiaggia iniziava a confondersi con una palude, dividendo insieme uno stretto telo di mare sotto il sole a picco, e mi diceva che le sarebbe stato impossibile non avermi sentito quella notte, perché non dorme mai in assenza del mondo ma continuamente fa entrare nel sogno dalla porta della realtà tutto ciò che la circonda, vento, colori, luna compresi. Ero io ad aver sognato i capelli, il bianco, le colline e la tenda leggera, perché si vedeva che non ero in grado di portare nel sogno ciò che resiste alle illusioni del al di qua. Risi contro il mare per difendermi dai suoi poteri, mentre lei, più risoluta che seria, aveva continuato a fissare lontano una verità a me sconosciuta.

Journal. Edoardo, decise presto di dedicarsi alla pesca subacquea e io approfittai della macchina di Amanece per circumnavigare l’isola. Mi parve un vagare piacevole ma alla fine furono solo dei veloci ricordi: il passaggio dato a due giovani alsaziani; la visita all’unica libreria nella cittadina più grande, dove comprai il Journal di Renard; la foresta di pini nell’interno con le vacche che vagavano solitarie nei boschi come lente turiste domenicali; l’«altro mare», come lo chiamò Amanece al mio ritorno, quello della parte occidentale più lucente e misterioso, dove in una spiaggia tutta sassi e sotto una parete a picco si rincorrevano le voci cittadine del continente, «Genéviève! Robert, a droite!» «no hablar con la luna durante el dìa» «l’ha scalata come fosse stato un ragno». Poi la sera una boa inclinata e la luna rossa di fronte.

Istruzioni per il ritorno. Naturalmente ci sarebbero volute delle istruzioni per l’uso, per non sbagliare la presa, per non farsi del male, per prendere insomma dalle cose il meglio per cui erano state create e pensate. Non si può abusare di un oggetto e dargli troppa confidenza, è bene attenersi alle dosi consigliate. Una volta che rendiamo una storia una trama netta, fatta di semplici frasi, segni neri in uno sfondo bianco, dovremmo essere capaci di distanziarci, per vederne i difetti, le inutilità, saremmo preservati così dalla vanità intellettuale e dall’infatuazione amorosa. Quelle istruzioni avrei dovute scoprirle prima dei quaderni neri, del cardellino, di Gesù Bambino, della Madonna e di tutto il resto, ma in realtà la loro utilità mi apparve solo dopo, dopo che vinsi il dubbio se inviarle la lettera, e quello è quanto è rimasto del nostro contatto, dove solo a me è toccato pronunciare parole definitive e vane. Che fine avrà fatto quella lettera che avevo persino colorato, a dimostrazione di una inaspettata devozione? Si sarà convinta definitivamente allora che non sapevo riconoscere gli dei dagli uomini, il sogno dalla realtà, il bianco della luna dal nero profondo del mare, che tenevo la porta socchiusa per fare entrare appena un filo di luce, ma poi, per paura del suo troppo bagliore, la ricacciavo subito fuori. Di questa luce rubata tenni un diario che scrivevo ogni mattina all’alba, nella medesima spiaggia di un anno prima e chiamai la mia storia Dal dono infinito al silenzio assoluto.

Seta selvaggia. « “… il corpo mio / finalmente s’allieta / ricomposto attorno a te / sopra di te / bestia selvaggia / con l’anima di seta”. Ripeto mentalmente i versi del poeta e ti riconosco … “bestia selvaggia con l’anima di seta”… mi adagio sulla tua anima di seta che ho scoperto … un qualcosa di delicato e di intatto che preservi dagli altri a dispetto dell’allegria che dai disinteressatamente … e quella bestia che ti rende “senza baricentro, al limite, mai in linea”, è inarrivabile e indefinibile per me, banale accidente capitato per caso sul crinale della tua animalità e leggerezza … rapito e travolto dalle onde …».

Indifferenze e complicità nei sogni. Così vidi i suoi capezzoli d’oro per la prima volta … proprio come quelli di Chasca, la dea dell’alba, erano senza corona come un re spodestato … in quello che quasi giustificandosi aveva presentato come il suo «piccolo seno»… mentre io come un bambino mi domandavo la differenza tra l’uno e l’altro, non pensavo ancora a niente … ero frastornato da quell’intimità, naturale e avvolgente, che mi giungeva come un aroma, un’essenza, opaca e appena percettibile, a cui prestiamo il nostro presentire. «Nell’assenza di episodi, che non siano i banali e minimi movimenti a giustificare le nostre reciproche distanze, l’inutile equilibrio delegato alla parola sembra finalmente uno schermo, quasi un argine alla pura emozione … di nuovo ne avverto la forza alla sera, quando stanchi del lungo cammino nell’umida e verde campagna del crepuscolo ci abbandoniamo al silenzio un po’ ridicolo delle nostre camere … d’improvviso spossati e incapaci a rimanere complici anche nei sogni … e allora il cuore batte come dovesse estrarre l’energia necessaria a scalare una montagna ed è tutto un’attesa, uno studiare il respiro altrui, un colpo di tosse trattenuto, lo scricchiolare del letto … e senti il tuo corpo reclamare il coraggio di un gesto naturale, unico approdo possibile al vagabondare del giorno … ma non so accontentarlo e cado nelle braccia dell’incerta oscurità.»

Noi. Una mattina ho scattato la foto che ora guardo … c’è un’isola con il cielo che sale dal mare nel rosa, l’arancio, il giallo e finalmente l’azzurro … l’isola, come un avamposto di terre sconosciute, ne copre in una mortale prospettiva una più grande, mentre più a nord una molto piccola, nonostante la sua posizione avanzata, scompare letteralmente allo sguardo sovrastata dalla costa del continente … quel gioco di figure nascoste e le ombre sovrapposte erano la fotografia di quello che diventammo noi, per quanto ora sia impossibile proferire il pronome che vuole unire e vincere le solitudini dell’io e del tu, incapaci di vederci, toccandoci solo grazie ad una prospettiva illusoria, lontani nella sovrapposizione, separati da un mare … custodivo il mio isolamento in quelle prime luci del giorno, sapendo di correre poi in un noi totale, continuo, mai sazio di se stesso … e quella teatrale solitudine si tramutava in una sorta di dovere interiore … il bagno nudo, la traccia pensosa del lapis nel taccuino nero, il sole ancora morbido, la libertà altrui scolpita nei corpi mattinieri impegnati come me nell’esercizio inutile di sentirsi vivi solo nel modo continentale, dove la solitudine è contemplata se depurata dai suoi assilli e i suoi morsi … lei invece … ma non ricordo con precisione dove eravamo … vedo solo i suoi occhi richiusi mentre parla …  sono state le uniche parole in cui ha parlato di me e lei … dirà che l’ho «salvata» dalla solitudine di un anno intero … ma che importa ora questo e quanto tempo ho buttato in quel fazzoletto di spiaggia quando potevo rimanere accanto al suo corpo?… un corpo da non destare, come un cardellino nel suo nido di muschio e piume soffici, disarmato, ignaro.

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Tschusii. Perché mi è venuto in mente il cardellino, il Carduelis carduelis dalla livrea vivace e dal canto inconfondibile? è forse stata la nuda figura che scalciava l’acqua del mare contro il gioco infinito dei riflessi del sole? o la sua voce che si faceva bambina per poi urlare e gorgheggiare alla luna senza senso? era forse il passo breve e affrettato che mi lasciava indietro o la sua delicata attenzione quando tornavo dall’acqua del mare? eppure niente di tutto questo sembra associarsi al Carduelis carduelis carduelis, perché se in quell’altisonante ripetizione sembra annunciarsi l’entrata in scena di un alto dignitario del mondo dei volatili, in realtà il cardellino non è altezzoso e si ricorda proprio per la sua grazia e socievole discrezione. Si è distribuito dalla Persia alle Azzorre seminando molteplici differenze difficili a vedere ad occhio nudo: la colorazione più pallida del Carduelis balcanica, il becco più piccolo del tartaro brevirostris, che vive in Crimea, i quindici grammi in poco più di quindici centimetri del major che se ne sta ancora più ad est oltre gli Urali, i dodici centimetri del parva che nidifica alla estremità opposta nelle Azzorre. E quelli dai nomi impronunciabili, lo Tschusii e il Niedicki. Ogni lingua l’ha chiamato a modo suo, chardonneretjilguero, pintassilgo, pensando al cardo dei cui semi si ciba, o stieglitz, per il suo acrobatico sostare sugli steli… altri ancora altri hanno preferito il risolutivo «fringuello d’oro» (goldfinch) in ragione delle barre gialle nelle ali… dell’ebraico חוחית non so che dire.

Senza tema. Eppure nel diario non ho scritto molto del momento in cui avevo toccato l’anima di seta… ho registrato solo che era stato «come abbattere un muro di carta», mentre si era arrestato l’incessante parlare e ora stavamo «sospesi senza tema su una leggera e naturale intimità». Nel ricordo della visita al lago il sentimento che più ricorre è la tristezza: «un lago impraticabile e triste come tutti i laghi, con quella loro imperfetta ragione naturale, sotto il profilo di bizzarre montagne» dove mangiammo in un ristorante frenetico. Poi, appena usciti nel buio estivo cui manca sempre il senso di paura, una malinconica figura di mimo stava eseguendo un meccanico e inquietante movimento di carillon… e i bambini andavano a deporre una moneta nel cappello poggiato a terra per poi correre subito dagli adulti nell’attesa trepidante e misteriosa che l’enigmatica statua ricevesse l’impulso dell’organetto a manovella azionato dal suo compagno più anziano… la scena mi aveva rattristato lasciandomi una fitta di dolore. La notte di nuovo fu un incrociarsi di tattili sensazioni, come se il vento, che ci risparmiava di giorno nella spiaggia, proprio allora venisse a visitarci sotto un cielo di stelle festanti.

Un uomo a mare. Di quello che successe dopo quando ci lasciammo è difficile parlare… da allora ognuno è divenuto testimone di se stesso e ignaro del sentimento altrui… io sono stato scaricato nel mare con la mia nera valigetta lacerata, trascinato lontano dalla costa che lentamente allargava l’orizzonte e disegnava un nuovo stato d’animo… la stavo perdendo e m’illudevo del suo «… e subito mi manchi»… stavo entrando leggermente e senza oppormi in quella strana malattia che è l’innamorarsi, quello struggersi dentro per un corpo che non è solo corpo, che ti appaga totalmente e ti divora nel pensiero e nell’anima. Tutto nell’attesa perversa dell’onda di ritorno, il disinnamoramento. Ma dentro, dentro era ancora un tumulto, le onde si alzavano e mi gettavano con forza nel minaccioso blu del mare, la salsedine corrodeva la mente e il vento ripeteva con ossessione «Amaneche… Atardece… Anochece». Non c’è più niente nel taccuino, rimasto fermo alla descrizione dell’ultima giornata naturista tra «membri ciondolanti e culi uniformi e democratici», nella luce più bella dell’anno dedicata a Venere, «ti sorridono le acque del mare / e placato splende di luce diffusa il cielo». E il libro delle vacanze, quegli Appunti sul mare così agognati, non ha superato le poche pagine, sebbene avessi subito annotato una promettente osservazione: «Questa è la verità e come spesso accade, è diversa dai fatti. O meglio, i fatti non ne sono che un pallido riflesso». Forse Mama Cocha, la dea del mare, mi stava guardando e voleva mettermi in guardia.

 

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Tenere in mano. Poco più di vent’anni dopo che il Ghirlandaio aveva dipinto la cappella Sassetti in Santa Trinita, nel 1507, Raffaello Sanzio eseguì per un ricco commerciante di lana di Costa San Giorgio un dipinto a olio su tavola, ora agli Uffizi. Questa volta non c’è bisogno d’indicare un punto misterioso sfuggito alla vista: il cardellino è proprio nel centro della tavola tra gli sguardi che corrono dal bambino alla madre, Madonna del cardellino, ad un altro bimbo giunto alla loro destra porgendo in dono un uccellino piumato di rosso, bianco, nero, bruno e giallo. Il bambino è cresciuto e tutto nudo sta in piedi tra le gambe divaricate della madre, mentre il suo piccolo piede cerca un contatto rassicurante. Il donatore è Giovanni Battista da bambino, ritratto come un buffo eremita in miniatura con il suo mantello grezzo e una specie di borraccia appesa alla cintola, senza la barba incolta e il bastone del Battista adulto ma già capace di tenere in mano con maestria l’uccellino. E il cardellino non ha l’aria impaurita perché se ne sta accovacciato in mani esperte. Anche se la madre ruba la scena per l’imponenza della sua figura, per la sollecitudine con cui abbandona la lettura di un libro per accogliere il piccolo amico del figlio, per la veste rossa e il mantello blu che spiccano nel paesaggio sfumato e indefinito, è ancora il cardellino che interpreta suo malgrado il vero tema del dipinto: l’amicizia come dono.

Quasi una letterina a Gesù Bambino. Ogni bambino è colpito dal fascino discreto del cardellino e come tutti ognuno deve imparare l’arte del rispetto… persino quel Gesù che divenuto grande ha preteso di ammaestrarci su tutto. Quand’ero piccolo catturavo merli, passeri e fringuelli e li allevavo in grandi scatole bucate con tante finestrelle per poi rivenderli ai cacciatori del paese. Oggi, che ormai potrei sorridere di un’industriosa attività infantile, non riesco a definire quel piccolo lucrare in altro modo se non con la parola crudeltà. Non mi rincuora vedere altri bambini ripresi, in tempi antecedenti al Ghirlandaio e a Raffaello, in gesti altrettanto insensibili. Taddeo Gaddi, nel 1355, ritrae il bimbo in un dipinto mentre tiene legato per una zampa ad una cordicella il cardellino che pare interrogarsi sul perché dei suoi falliti tentativi di volo. Anche il Bronzino dipinse un tronfio bambino Giovanni de’ Medici, grassoccio e brutto come può essere un già viziato signorino, con il suo abitino rosso finemente lavorato, il rametto di corallo appeso ad un lungo medaglione, mentre tormenta nella mano il solito malcapitato cardellino.

Tutto ha taciuto come la terra d’inverno, ma non m’importa più sapere quale bambino io sono stato, se il curioso e distratto bimbo di Santa Trinita o l’amichevole e disinteressato Giovannino Battista degli Uffizi, il crudele e indifferente carceriere dell’Impruneta o il malvagio tormentatore Giovanni de’ Medici.  Non aspetto più che compaia da un «altro mare» la bianca Chasca crepuscolare…

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