Il melograno delle lingue

 

matteo_ricci_lg

 

Il vecchio zio, un po’ inebetito con quel berretto marrone e le palpebre cadenti, porta ogni volta una piccola borsa di libri che, a loro volta, giungono da Istanbul, dove ha vissuto fino a pochi anni fa. La mamma in questo modo costruisce, per interposta persona, un’improbabile biblioteca di cui si preoccupa come fossero oggetti a lei essenziali. In realtà non potrà mai leggere e conoscere il contenuto di quei volumi di teologia, di narrativa comica e racconti di una Toscana minore, di linguistica storica e modi di dire fiorentini, di strani artisti turchi e storie di Costantinopoli. È un’ignara custode della memoria intellettuale del fratello.

Dall’ultima raccolta prendo un libro di linguistica, poco più di una facile panoramica sul segreto intimo delle parole. Questo interesse, che assume la forma di carattere genetico ereditato dalla famiglia delle parole, ha prodotto attenzioni e esiti diversi.

 

 

Tutto si lega alla dinastia francescana della famiglia materna.

Iniziò il capostipite zio Sebastiano, figlio dei bisnonni Ferdinando e Elvira, che affondavano la loro esistenza nella metà del XIX secolo e i cui nomi torneranno nelle discendenze dispari, fratello del nonno Pasquale e tutore dei nipoti alla morte di questi, Patriarca della mia infanzia e severa figura di frate Missionario per un quarto di secolo in Cina, in un’epoca ancora segnata da forme medioevali ma con alle porte la rivoluzione comunista di Mao-ze-Tung. Il suo vero nome era Raffaello, altro nome ricorrente della famiglia. Divenendo frate francescano l’uomo deve abbandonare la propria identità e sceglierne una nuova: vi è in questa rinuncia dolorosa a ciò che definisce ab originem una vita la possibilità insperata di intraprendere una nuova impresa. Anche gli altri zii francescani porteranno questa doppia nominazione, sebbene la famiglia, la madre e i fratelli, non rinunciassero facilmente a chiamare l’uomo con il nome di nascita. Padre Ignazio per me fu sempre lo zio Marino e l’altro zio Raffaello non fu mai Padre Claudio. Sebastiano invece era troppo anziano perché io avessi dimestichezza con il suo primo nome; alla fine, per le sue gesta e la sua autorità rappresentò sempre il lato nobile della famiglia, sebbene di un’aristocrazia religiosa e sui generis.

Quando veniva in visita alla casa, rimaneva appartato nella sala opportunamente ripulita per lui. Era impossibile rimanere indifferenti all’alone misterioso e magico che la sua persona emanava. Io e la sorella eravamo turbati dall’ingombrante presenza che di colpo rimpiccioliva la già modesta casa. Stavamo poi sul chi va là e pieni di paura per un particolare rumore che lo stridore dei suoi denti produceva con regolarità. La sua figura non coincideva con il giovane ventenne in abiti cinesi, dalla folta barba e il lunghissimo codino, che appariva nelle foto del libro che aveva scritto: Venticinque anni sulle rive del fiume Han. Mentre lo scrutavo nell’unica poltrona a lui riservata, pensavo che in quel lontano Oriente come un Mago avesse tramutato il suo aspetto.

Il suo libro azzurro fu il volume più presente della mia infanzia; addirittura ne avevamo più copie, e nel donarlo a conoscenti e amici la famiglia contribuiva a quello spirito missionario che sembrava aver contagiato tutti noi. L’ho letto solo pochi anni fa, avendo dovuto superare l’avversione allo stile apologetico intriso di arcaico spirito evangelizzatore e al suo anticomunismo. Oggi, al di là dell’agiografica autobiografia, sono meravigliato dall’avo coraggioso, imprenditore e diplomatico, costruttore e viaggiatore, politico e religioso, lavoratore indefesso e privilegiata figura pubblica, tenero e severo, solitario nel suo eroismo e umile nella sua completa nudità. Ha portato la Famiglia, quella che comprende tutte le mie Famiglie (quella delle parole e delle disgrazie, quella delle coincidenze, la gentile e l’interrotta) nel punto più estremo della sua gittata. La freccia che scagliò contro l’ignoto, abbandonando il 19 dicembre 1904 la casa paterna verso la Cina della rivolta dei boxeurs e delle uccisioni dei cristiani missionari, avrebbe colto un bersaglio allora imprevisto e ancora ineguagliato per tutti noi.

Imparò ovviamente il cinese con caparbia determinazione, legando quella lingua al sapore esotico e impervio del segno e al suo misterioso significato.

Non sapendo ancora parlare il cinese, la mia principale occupazione fu lo studio di questa lingua. E la studiai pazzamente, follemente, ininterrottamente. […] Ogni giorno facevo un esercizio di lingua parlata; conversavo con i servi e con altri cristiani, e vedendo qualche cosa di cui ignoravo il nome, o sentendo qualche frase che non capivo, subito domandavo cosa fosse, come si chiamasse, cosa avessero detto … e ne prendevo nota. Ancora conservo un cartello di tali note. (Venticinque anni sulle rive del fiume Han, 45-47)

Come un Gilgamesh della Cina moderna lo zio si narrò alla pari di un eroe inviato da Dio, un «Atleta di Cristo», ovunque passando come benefattore, vero imprenditore del bene. Salpato dal porto di Napoli il 2 marzo del 1905, toccò Porto Said, vide il «desolato» Sinai, le fortificazioni di Aden, il porto meraviglioso di Colombo, la «lussureggiante vegetazione» di Penang, la «possente» Singapore, l’«amatissima» Hong – Kong, infine la «mastodontica» Shangai, fino al «maestoso Yang-ze-kiang». Da lì intraprese la risalita del Fiume Azzurro, imponente corso delle acque di raccolta di una miriade di corsi nati nel Tibet. Giunto in piroscafo a Han – kow, città dove il fiume Han incontra il Fiume Azzurro, a mille km dal mare, cambia il suo nome da Sebastiano Ceccherelli a C’e Ke-li, ovvero “Carro del profondo e penetrante conoscitore della filosofia”.

Dopo il nome venne la volta delle vesti e quella delle nostre persone. Deponemmo l’abito religioso e ci vestimmo di serici paludamenti dai colori e dai disegni i più splendidi. Calzammo scarpe di raso; ai nostri capelli, non sufficientemente cresciuti da poter essere intrecciati, ci accomodammo un finto codino; sistemammo la barba al gusto cinese ed incominciammo ad erudirci nei più rudimentali principi di urbanità confuciana. Provvisti poi di un dizionario cino-francese, il Debesse, incominciammo a spropositare qualcosa di quella lingua monosillabica. (pp. 22-3)

Ripercorrere il suo viaggio con i nostri atlanti ci fa rivivere lo stupore di una scoperta che al toscano figlio di operai della provincia di Firenze doveva apparire semplicemente fantastica. La narrazione dell’itinerario, purtroppo a volte veloce e sommaria, oggi è la parte più affascinante del libro e le descrizioni paesaggistiche o quelle etnologiche, le considerazioni politiche o di costume, sopravanzano nell’interesse le argomentazioni morali o religiose.

Di questo libro così inattuale e magico mi rimane la spoliazione iniziale all’arrivo in Cina e il forte richiamo di quel mondo che s’impiantò nella sua anima.

Giunto nella sua prima tappa a Lao-ho-kow, sede del Vicariato Apostolico della regione, così ricorda il suo necessario cambiamento “culturale”:

Mi sentii più uomo, più cosmopolita, e più fratello verso tutti i popoli del mondo. E sentivo pure che bisogna essere di idee, di sentimenti e di gusti più vasti, più obiettivi e più umani verso i popoli di colore [sic]… e io stesso avvertii di essere un uomo molto diverso da quello di tre mesi avanti. (35)

Al suo ritorno in Italia nel 1929, dopo una lunga malattia di riassestamento, finalmente riabilitatosi, è nominato «Cappellano della Regia Ambasciata d’Italia in Ankara, la nuova capitale della Turchia» dove rimane 5 anni. Qui sente l’impossibilità di tradire la vocazione cinese, così, ritornato di nuovo in Italia, tenterà continuamente senza successo di tornare in Oriente.

Mi diedi alacremente alla ricerca dei mezzi per ritornare in Cina. Nonostante gli sforzi fatti e la buona volontà negli altri di aiutarmi mi si frapponeva l’una dopo l’altra per rendere impossibile l’adempimento di quei miei desideri. (327)

 

 

Ma il vero caposaldo della famiglia delle parole fu un altro zio materno, un altro frate che legò la sua vita allo studio dell’antico Vicino Oriente dove trovava la radice di tutte le lingue ritenute di derivazione indoeuropea. La sua posizione religiosa lo portava a collegare quelle corrispondenze ad un disegno divino. Esempio del carattere del Leone non temperato da altri segni zodiacali, era una persona molto appassionata e sinceramente noncurante dell’agio e della comodità. Sembrava che la sua mente, completamente piena del proprio lavorio, fosse indifferente al resto del corpo. Morì consunto da un tumore fulminante, ma fino al giorno prima non sembrava curarsene o addirittura percepire l’inevitabile sopraggiungere della morte. Ricordo come ad una petulante donna, che al suo capezzale chiedeva di intercedere per lei presso il Paradiso verso il quale si stava dirigendo, indirizzò improperi e stizziti gesti scaramantici.

Dopo un’intera vita passata ad insegnare lettere antiche nel liceo classico che anch’io frequentai, quando giunse all’età di settanta anni iniziò una prolifica pubblicazione di libri. Il volume a cui era più affezionato e che, secondo lui, avrebbe «cambiato la visione del mondo antico» fu Il vento d’Oriente, sulle origini orientali della cultura occidentale. La sua sostanziale lontananza dal dibattito culturale diede lui l’idea di essere pervenuto a «scoperte sensazionali», ma il suo percorso individuale era sincero e vero: ho un vivo ricordo dell’uomo ricurvo su fogli e libri su cui appuntava la gentile calligrafia. Il grande lavoro di raccolta della derivazione per lo più accadica dei nomi di luoghi, di divinità e eroi in collaborazione con il professore Giovanni Semerano, lo studioso di lingue antiche che «utilizzò», a suo parere, le centinaia di voci da lui «scoperte» senza il dovuto riconoscimento, da motivo di grande frustrazione divenne la molla per una produzione esagerata e quasi compulsiva. Quello smacco lo portò a scrivere con il dinamismo proprio di un giovane ricercatore su argomenti quali l’etimologia delle parole, le strade di comunicazione nell’antichità, un’interpretazione del libro del Genesi, le leggende della Bibbia riviste alla luce della lingua sumero accadica, l’origine dei popoli d’Europa e altre opere minori sulla storia del suo paese natio (Cancelli di Reggello) o legate ad altri argomenti storico religiosi. Rimane incredibile il desiderio ripetuto di vedere riconosciuto il proprio sapere, ma sicuramente è stupefacente come un uomo ormai vecchio s’imbarcasse con spirito giovanile alla trasmissione delle proprie conoscenze.

Il vento d’Oriente è il vento apeliota (άπηλιώτης), “il vento del sole che si leva”, il vento grecale, di levante, solano, vento che annuncia la novità. Nell’introduzione, nella parte relativa ai ringraziamenti, lo zio riporta anche il mio contributo. In realtà fu un riconoscimento formale perché la sua richiesta di revisione grammaticale dello scritto risultò ben presto un lavoro troppo lungo per essere realizzato. La citazione volle “premiare” lo stesso quel tentativo, nonostante fosse stato abbandonato ben presto. Lo zio infatti non era un buon letterato e il suo periodare si ripiegava più volte su se stesso, come la scrittura leopardiana dello Zibaldone ma senza mantenere ovviamente il respiro e l’unità espositiva del poeta. Per me il libro andava riscritto interamente nella forma prosastica, non certo nei suoi contenuti. Il suo stile d’altronde rifletteva lo stupore immaginifico che accompagnava la sua eloquenza di professore e il suo felice pensare. Il suo procedere assomigliava più al gorgo di un corso d’acqua che raccoglie detriti, allaga campi circostanti, ritrova il suo letto e si adagia in una pozza per ripartire deciso. Tante volte si usciva bagnati dal torrente delle sue parole senza comprendere il flusso interiore di un pensiero ora troppo aulico e ramificato, ora troppo implicito e confuso.

Oggi, quando leggo un periodo della sua introduzione, devo ancora riprendere la mia traduzione e correzione grammaticale di venticinque anni fa e noto una corrispondenza con le forme narrative e immaginifiche del pensiero storico che mi sono trovato a studiare in seguito.

Ora vedo quello che ho scritto come un vasto e avventuroso romanzo dallo scenario plurivoco, che, seppure espresso in forma saggistica, manifesta la realizzazione di ciò che mi ha accompagnato tutta la vita come un sogno, ossia la convinzione del valore determinante della civiltà dell’Oriente sul formarsi di quella occidentale. È una fantasmagoria che, dopo le precisazioni storiche volte a formare una visione ordinata e razionale, in realtà naviga in modo libero nella fascinazione dei miti, delle storie e dei motivi del divino, che sempre sono stati presenti nella storia dell’uomo. Per esprimere la mia tesi mi affido a storie che suggestionano, perché la forma del romanzo è l’espressione resa necessaria dal limite intrinseco del mio pensiero. Si offre infatti una proposta ed un’ipotesi di lavoro che scaturisce non dal singolo fatto, ma da un insieme di immagini, di suggestioni, di eventi, di memorie storiche; e quell’insieme, galleria d’immagini acquisite, non va alla ricerca delle certificazioni della critica storica, ma si chiarisce nel suo assunto, in quel suo percorrere un probabile e presunto itinerario di eventi e manifestazioni che hanno segnato l’orditura del ricchissimo cammino culturale delle nostre tradizioni. (Il vento d’Oriente, XX-XXI)

 

 

Infine l’altro zio, anch’egli francescano e missionario in Turchia, unì l’interesse per le lingue moderne – lo spagnolo, il francese e l’inglese – con il ceppo turco. Ad Istanbul imparò a mantenere lo sguardo rivolto sia ad Oriente che ad Occidente. Ma di lui parlerò un’altra volta.

Quando vedo mio figlio attratto dalla varietà della lingua, sia essa l’ostico islandese o il semplice inglese, l’albanese dei suoi compagni o lo svedese di Lars Gustafsson, penso che la famiglia delle parole abbia innestato un gene duraturo che caleidoscopicamente riemerge da quello che Zanzotto chiama il «melograno delle lingue».

 

Una strana bibliografia francescana di famiglia:

 

Ceccherelli Sebastiano (o Raffaello senior)

1961    Venticinque anni sulle rive del fiume Han : come ho visto la Cina e i cinesi : memorie missionarie del p. Sebastiano Ceccherelli / raccolte e pubblicate dal nipote dottor. p. Ignazio Ceccherelli – Firenze : Missioni francescane.

Ceccerelli Ignazio (o Marino)

1986    Alle fonti della civiltà : viaggio storico linguistico attraverso i secoli – Firenze : Il fauno
1989    Il vento d’Oriente : alla scoperta delle radici della cultura occidentale – Firenze : Istituto edizioni italiane
1991    (con Ivo Becattini) – Cancelli – [S.l. : s.n.], stampa 1991, Figline Valdarno : Tip. Bianchi
1992    Fermati o sole : linguaggio e personaggi della Bibbia – Bornato in Franciacorta : Fausto Sardini
1995a   L’ origine delle lingue : nell’etimologia dei nomi antichi, orientali, biblici, classici – Bornato (Cazzago San Martino) : Sardini
1995b   Le antiche strade : dai Sumeri (3500 a.C.) fino alle strade romane – Lucca : Maria Pacini Fazzi
1996    Origine e significato dei nomi di persona – Bornato in Franciacorta (Cazzago San Martino) : Sardini
1997    (con Grazia Furferi) – Miele & parole : conversazioni a tavola e ricette da salvare – Pavia : M. Modica
1998    Liturgia arte tradizione : la chiesa come edificio, fonte d’immensi valori spirituali ed umani – Udine : Segno
1999    Gli antichi popoli d’Europa – Lucca : M. Pacini Fazzi
2000a   I delitti delle inquisizioni – Udine : Segno
2000b   La preghiera nei messaggi – Udine : Segno
2000c   Mai più crociate – Udine : Segno

Ceccherelli Claudio (o Raffaello junior)

1955    El bautismo y los franciscanos en Mexico (1524-1539) – Madrid : [s.n.]
1980    (con Falcini Fiorenzo) La missione dei frati minori in Turchia e Grecia : numero unico nel cinquantesimo anniversario del passaggio alla Provincia toscana (1930-1980) – Firenze : Provincia Toscana di san Francesco stimmatizzato; stampa, Figline Valdarno : Tip. Bianchi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...