Il peso della sua povertà

 

images

 

Ma quale morte? non c’era nessuna paura, perché non c’era neanche la morte. Invece della morte c’era la luce. L. TOLSTOJ

 

Di mattina trovo le foto di Tina Aumont e, prima di iniziare la pulizia della casa, mi dico a voce alta, «noi c’eravamo». Leggo per trovare una speranza La morte di Ivan Il’ič, perché so, è inutile nasconderlo, si tratterà di fare tutto il percorso fino alla morte.

Distrazione: quel «perdonatemi» che diviene «lasciatemi passare» ma poi dice «ridona». In russo “prostite” confonde “propustite”. Cos’è questo triplice senso per chi è chiamato a oltrepassare la soglia, quel «sacco nero, stretto e profondo» oltre il quale s’intravede una luce? E cosa giunge a chi s’offre al suo capezzale? Non c’è stato il perdono che l’umana crudeltà si attendeva, né la richiesta di essere lasciato andare, il non voler essere più trattenuto nell’orrore del dolore, ma quel risolutivo «ridona» getta la propria immagine oltre di sé, e al di là dell’intenzione crea la narrazione della buona morte.

Una prova della vita. Cosa trasporti con te? Nessuno ha il coraggio, ma tutti parlano e tutti sanno cosa si dovrebbe fare: chi scappa ancora una volta, chi dà una speranza che non c’è, chi comprende l’agire di tutti ma non dà niente a l’unica persona che ha bisogno. Non mi rassegno a me stesso, costretto al compito che la vita ridurrà ad una particolare normalità.

Il professor N., neurochirurgo «venuto apposta da Siena», ha uno sguardo duro dentro una figura imponente. Fuori, nella sala d’attesa, l’unica voce viva è Maria Luisa, lei dà senza chiedere, «ridona» ciò che ha ricevuto.

Dopo l’agitazione mattutina, il rinvio sarebbe quasi un sollievo. Perché? L’ospedale con tutte le equipes al completo sembra un campo militare o una fiction televisiva. La statuaria figura dello zio, con la sua sorda rabbia e l’ostinata opposizione alla verità della morte è la collina inutile che sta di fronte prima del bombardamento.

Il suo adenoma è una ferita nella testa, la sua malattia è un ammonimento, l’incombente risoluzione della vita e la natura benigna non ne cancella il dramma. Non è la consapevolezza della morte, ma è la fine dell’illusione del corpo. Questa malattia minore è il destino che mi è stato assegnato di fronte alle urgenze degli altri, alle loro più importanti priorità. Io sono Gerasim, l’unico che non deve mentire e che dovrà tenere sollevate le gambe del malato per il suo lenimento.

La sera è inutile persino leggere. I parenti al telefono hanno speso parole gravi e consigli pratici su tutto ciò che non avevo fatto. «Quando hai bisogno chiama». «Grazie. Non preoccupatevi, vi chiamo io». La notte mi è estranea.

 

 

Ottantesimo compleanno dello zio con milionesimo litigio. Il dolore cattolico fraintende l’universale con il sentirsi al centro dell’universo… potessi non essere più qui, ma altrove, invece sono “solo” in questa doppia inutile gabbia. Telefono al medico di famiglia perché ho bisogno che sia presente ed esigo una diagnosi precisa. Un attimo e la sensazione che tutto attorno è inadeguato, nessuno sembra più in sintonia e tutti sono sopra, sotto, lontano, troppo addosso, ciechi, sordi, più furbi, più semplici, più diretti.

Questa volta per la visita neurochirurgica l’attesa è più calma. Nel reparto si respira l’aria delle malattie elitarie: strani privilegi del soffrire. Alla fine sono di nuovo con Maria Luisa: la malattia ci ha portato lei e Gusmano. Ogni cosa porta qualcosa.

 

 

Lo specchio mi dice che sto invecchiando, come il cugino Piero, spigoloso volto che vive di piccoli espedienti sul ciglio della strada, con abiti improbabili. In lui rivedo il destino comune di una parte della famiglia: essere una solitudine minore.

Il vuoto dopo la festa. L’amico ebreo sefardita mi ha donato del vino kasher fatto a Pitigliano insieme a una catasta di vecchi libri gialli. Non amo i libri gialli e il loro rassicurante e immancabile dipanare i grovigli.

Una telefonata dal parco autunnale, nel cerchio senza foglie sotto la vite americana dove E. mi parla della sua idea di fare della propria casa una art house. Sono i frati a chiamare, reclamano conoscenza dello stato di salute, loro che sono i “veri” familiari dello zio.

Nella foto invernale che deve servire a dare un’immagine fiabesca della Villa che costeggia la casa, nella neve, spunta una capocchia nera, grande come uno spillo: è Indi il mio Gatto Cavaliere. Ma ora non fa freddo. Il caldo a dicembre. Un albero piccolo ma bello. Illuminazione. Pressione arteriosa alta. Il medico visita tutta la famiglia e per un attimo vedo tutti noi come fossimo immigrati in attesa di entrare nella New York di fine Ottocento. In questo quadro spicca l’insofferenza di mamma verso lo sboccato umorismo del medico.

Ripensando a M. che ha «rotto la coppia», sento che la separazione dall’altro fa ricadere il proprio Io nel corpo, perché sia il corpo ad abitarlo e proteggerlo tra le sue pareti. Il vissuto scende dalla relazione alla materia individuale e la necessità di tollerare questa esperienza richiede una trasformazione della percezione del corpo attraverso il rimodellamento della propria figura. Ho visto i suoi occhi di una visione più obliqua, il suo incedere più compassionevole. Altrove invece, quando è il denaro a fondamento delle relazioni familiari, è il corpo a morire.

 

 

Sul divano da solo, guardo la televisione. Un giorno in pretura e poi The hunted: l’azione visiva e l’occhio che trova scrutando. In fin dei conti una buona giornata ed è passato il fiato grosso.

Banchi di nebbia. Ambulatorio oculistico all’ospedale. Serata “astrologica” con M. ma lei intende un’altra cosa per astrologia.

Preposto al servizio delle stelle, / Io giro, come una ruota, / Che s’invola all’istante sull’abisso, / Che finisce sull’orlo del precipizio, / Io imparo le parole. (V. Chlébnikov, 1907)

Fuori della chiesa, in attesa che i figli ci vengano restituiti dalla prove del presepe vivente. Paolo, ormai nonno, ricorda il prete quando eravamo piccoli. A me torna come un refolo furtivo il profumo delle pagine del libretto del catechismo. Finalmente è la prima giornata di freddo.

 

Otto_Sohn-Rethel_6.04.1916_Verwundung_Minensplitter_Oberschenkel

 

Voglia di Alessandro Parronchi.

In una fredda ma intensa luce mattutina accompagno lo zio al controllo. Un giorno ricorderò i lunghi silenzi dei nostri viaggi e la mia voce che di tanto in tanto irrompe nella scatola della macchina. Gusmano, allievo di don Milani, lo ha atteso al controllo postoperatorio e così la sua allegra determinazione ci riporta alla vita.

Avellaneda, Avellaneda perché non riesco ad ucciderti ma ti guardo ogni tanto come si spia il condannato a morte che ancora non conosce il suo destino?

 

 

Nel complesso un’epifania ancora da cinquantenne, leggermente tediosa.

È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Adesso, sono nuovamente confitto nel mio destino. Ed è più oscuro di prima, assai più oscuro. (M. Benedetti, La tregua, 249)

Ne ho evocato la morte. Di ritorno da Cecina avevo sentito il forte richiamo della sua parola e avevo letto a mia figlia la poesia Contro la caccia. Oggi la notizia: è morto Alessandro Parronchi, nato nel 1914 come babbo, con lui ho dialogato in anni di silenzio interiore. Non c’è tristezza: solo un oscuro segno, un filo sottile che si è illuminato nella dipartita.

Ho abbracciato lo zio, dopo averlo cercato e incontrato non casualmente: mentre sento la morte covare dentro lui, con durezza devo chiedermi quanto il suo «grazie» sia stato dettato dalla disperazione. L’ambiguo cedere al corpo malato svela una “presenza a tempo”, quasi fosse già divenuto figura di memoria.

La sera, ormai soffocato da questi presagi, esco nella pioggia leggera e lascio che l’amarezza prenda una via definitiva. Tutta la famiglia si è riunita attorno al grandissimo tavolo quadrato, con i familiari della sorella, Laura con i suoi figli, le nonne, lo zio, i cugini e le fidanzate dei nipoti. Abbiamo fatto una foto, dopo il dolce e il brindisi augurale.

Le foto ora le si vedono subito, dal come eravamo ci siamo trovati senza sapere perché in come siamo, lo stupore non è più nel ricordo ma nella resa momentanea. La foto ha perso anche il suo futuro visionario, è solo occasione momentanea. Si nota un’allegria profonda, quasi spensierata, ma ognuno sembra sorridere per un motivo proprio e comune al tempo stesso: ognuno pensa a ciò che non è detto. I miei figli se n’erano già andati e in quella foto non compaiono e la mia sembra sempre una famiglia interrotta.

Di questo giorno mi resta la borsa leggera dello zio che ho portato per lui, una valigetta inutile con tutto ciò che possiede. È stato come sentire il peso della sua povertà. La sua uscita di scena sarà quella di chi non lascerà tracce visibili del suo passaggio, avendo dato una scadenza alle cose temporali.

Ora conosco il risultato dell’esame istologico: come era previsto, riesce a essere più grave di quanto si pensasse, pur non essendo stata compresa ancora la vera natura di questo tumore. Più tardi con Luigi fantastichiamo su un viaggio per l’estate ai confini con l’Iran: lui immagina di far vivere allo zio l’ultimo soffio di vita, io invece penso agli occhi di Roberto che vive sul lago di Van. Per un momento sembra possa esservi qualcosa di possibile in questo progetto.

Leggo Djamilja tutto d’un fiato: una storia d’amore a tratti liricamente troppo caratterizzata ma intensa e mai banale. Durante la lettura sento forte il bisogno di dormire e, come mi succede nel sonno che nasce da letture o visioni forti, la giornata assume un’accelerazione drammatica. Mi chiama la mamma in preda allo sconforto più totale perché qualcuno, con crudele sincerità, le ha comunicato l’esito delle analisi bioptiche. C’è anche una lettera, che è un preavviso di fermo amministrativo dell’auto per un importo non pagato. Cado nello sconforto più nero.

Quando ho ancora la lettera in mano, la mamma, guardandomi nel profondo con una tristezza dura ma consapevole, mi dice: “cosa pensi tu? Per lo zio è finita, vero?”. Sento d’improvviso che qualcosa in lei, e quindi in noi due, è cambiato definitivamente. Dovrei dire “sì”, ma balbetto qualcos’altro, sono come preso inaspettatamente per i capelli e messo di fronte alla dura realtà. Sento di aver tradito il mio ruolo di Gerasim e la menzogna non può lasciare il campo ad una sincera pietà.

Mentre parliamo, continuo a pensare all’auto che se ne andrà e mi vedo come quel protagonista di Pirandello che si perde a scrutare la disperata lotta contro la morte di un insetto caduto in un bicchiere d’acqua, mentre a pochi passi la madre muore.

Riusciamo a parlare con lo zio, dicendo quello che è possibile dire; lui in risposta ha un brusco gesto di stizza nei confronti della mamma. Lo vedo sordo e chiuso in un mondo tutto suo, mentre la mamma è lì, tremendamente inadeguata e patetica ma disposta a subire anche questo dolore. Noto come, anche nel momento in cui comunichiamo notizie che dovrebbero stabilire un certo relativismo esistenziale, la dimensione psicologica acquisita ancora prevale: è il fratello minore infatti che non accetta l’ansia della sorella più grande, e così facendo ripete una modalità appresa.

 

 

La mitezza di questo inverno è così inusuale che non si riesce a godere della sua piacevolezza. Mi attendo di veder comparire qualche disorientato uccello di ritorno da una migrazione anticipata.

Mi è sembrata una tregua quella di questi giorni, ma, a differenza di Mario Benedetti, non ho fatto resistenza alla felicità, perché sapevo essere solo un tiepido sole invernale, e il destino lo sento covare sotto la dura terra.

 

 

La giornata vive dell’attesa di E., la quale riesce con misurata resistenza alla sua naturale disciplina affettiva a dare un senso familiare a quello che ne resta nella mia casa. Le ho preparato un dono, ma mentre lo osservo disorientato e inutile sul tavolo si svela subito un regalo fuori posto, vecchio e ormai inutilizzabile. L’ho accompagnato con le parole di René Char:

Voi accostate alla lampada un fiammifero e quel che s’accende non rischiara. Lontano, molto lontano da voi, il cerchio illumina.

A lungo ho guardato le sue mani che toccavano il regalo.

Ho iniziato la lettura di Memorie intime di Simenon nella notte. Ero sempre stato respinto dalla mole esagerata e dalla cupezza senza speranza della sua scrittura. Tuttavia niente sapevo del suo contenuto. Quando nel pomeriggio ricevo la notizia del suicidio del figlio di un conoscente del paese, che avevo incrociato la stessa mattina, sono colpito dalla sorprendente coincidenza. Anche il libro infatti inizia con il ritrovamento del cadavere della figlia che si è sparata al petto. Come avviene in questi frangenti, la giornata si dipana in un clima surreale e angoscioso: tutto si ferma inutilmente e trascolora come nella nebbia, senza memoria. «Il grigio sfuma l’albero, inesatto», scrive Guillén.

La depressione dagli altri evocata irrompe come gas malefico e l’apparente felicità ritorna in un canto, dimessa e vinta.

Questa mattina è tornata la Capinera (Sylvia atricapilla) e il suo ritorno mi sembra anticipato di molti giorni. Giornata semiprimaverile e «todo se es remoto» (Guillén). Poi mentre capto l’acuto delle sue note, rimango incerto che sia la capinera, certamente è un silvide. Cosa vogliono dire questi esseri a volte invisibili a volte fortemente disturbanti con la loro voce?

Quando ho rivisto Stalker di Andrej Tarkovskij, stavo cercando inutilmente di ripetere e interrogare l’emozione della prima visione: la macchina da presa che scorre su un fondale di acqua con oggetti comuni silenziosamente misteriosi. Questa volta invece sono turbato dal canto degli uccelli che abitano la Zona. Si riconosce il Cuculo (Cuculus canorus), ovviamente, ma è insistente anche il Torcicollo (Jynx torquilla) e, nel finale, il bellissimo Rigogolo (Oriolus oriolus). Inutile domandarsi il significato di quei richiami, sono voci per chi sente.

Luce lunare e bianco recinto / E pioppi, come alberi da vela. / Qui di notte arriva la pace – / Per far scendere dai cancelli il chiavistello. (V. Chlébnikov, 1907-1908)

La mattina in paese, mi commuove l’incontro con questo padre ferito, che chiede aiuto alla gente, mentre mostra due occhi dolorosamente segnati da un sorriso bellissimo e umano. Gli stringo la mano senza dire niente, lui mi ringrazia e chiede una banale e inutile informazione sullo zio, come a pretendere la normalità della vita. Non ho detto niente e ho trattenuto la sua mano secca, fredda, come fosse già irrigidita in una posa definitiva. Un incontro che non si può descrivere, un piccolo filo di umanità e una lezione di contegno del dolore.

 

 

Sono giorni che vorrei vivere nel bosco come luogo dell’inconscio, dell’imprevedibile, dove non tutto si vede e qualcosa rimane sempre nascosto. Non cerco la natura o il silenzio, non sono gli uomini che fuggo. È quel mistero inestricabile di forme e confini.

Quella luna che disegna un’opaca figura di nube è il mio corpo che da solo nella notte chiede vicinanza. Di nuovo sento che non mi manca il contatto di un corpo, il sudore o la tenerezza: non è l’assenza di natura ma è la mancanza di intimità interiore.

Depurato come un monaco aspetto il sonno ad occhi aperti. «Il silenzio è l’ultima parola» scrive John Ashbery e l’aria è l’impossibilità del vuoto, ciò che attesta «la frontiera di delimitazione fra il prima e il dopo».

Poi la notte è passata come a tratti, continuamente in ascolto della radio e immersa in brevi sogni criptici e subito dimenticati.

Porto il libretto argenteo con la scritta rosso fegato con me in ogni stanza, perfino nella tasca del giubbotto blu: ma non riuscirò a farmi catturare da un altro misterioso verso.

Un breve percorso intorno alla casa come se fosse “l’ora d’aria”. Libertà vigilata nella mia prigione immaginata.

Oggi i giornali, quando non devono mostrare corpi miseramente replicati, s’interrogano sugli scheletri di due figure umane ritrovati a Mantova.

Vi è un’immagine di Stalker che ritorna in mente: il nero cane vigila nella Stanza due scheletri che credo essere amanti. Anche nella scoperta odierna si è detto “uomo e donna”: perché? Uno è supino, con la testa rivolta all’altro, le gambe rannicchiate. L’altro lo cinge con un braccio, un po’ lo sovrasta, ma è anche discretamente più distante. A chi parla quella muta scena precedente a tutte le nostre inutili civiltà?

 

 

Dopo la notte insonne rimango in disparte come ad essere dimenticato, mentre, presenza obliqua, ho piantato le mie tende sotto la vostra dimora. Avete inviato messaggi ma sono ritornati gli angeli incompresi, gli uccelli sconosciuti che ricompaiono fedeli ad ogni nuovo sole. Cercavi con gli occhi qualcuno a cui aggrapparti, ma io ho visto il grigio avanzare. Presto un velo opaco e indelebile oscurerà il tuo grido.

Attesa per l’incontro con i frati per parlare della situazione dello zio. Ma l’arrivo del frate Provinciale, di ritorno dalla Bolivia, e di padre S. è rinviato a domani.

Una domenica di vuoto che decido di affrontare senza giornali vagando nell’attesa del pomeriggio quando incontrerò i frati.

Nell’attesa mia figlia sa anteporre la sua voglia di giocare alle formalità degli adulti e costringe lo zio in un gioco di carte.

Arrivano padre F. e padre S.: alla durezza dell’uno fa da contraltare la semplice e dolce umanità dell’altro, ne sono subito colpito. Noto in lui un’eccessiva paura di ferire gli altri e quindi un’inattuale incapacità decisionale. Il clima è più che altro affettivo. Entrato in casa F. si siede a parte mentre tutti gli altri rimangono a parlare forzatamente con la mamma. È un incontro che lascia una traccia in me, se non altro perché lo zio, che credeva di parlare senza essere sentito, accenna alla mia situazione al frate: in che modo entro a far parte del loro mondo?

 

 

Perché la vita mi attraversa con questa determinazione? Perché mi sento nel mezzo di forze che mi schiacciano? Eppure non mi sento chiamato a svolgere nessuna missione, non ho da interpretare nessun ruolo e sento laicamente la finitezza di tutta la realtà! Perché?

Avevo svolto il mio compito mattutino con discrezione, quasi in punta di piedi. Avevo misurato le parole per non essere attraversato da tremendi pensieri, come quando ascoltiamo troppo noi stessi. Avevo sentito nel telefono la voce impaurita della sorella per il futuro che le si prospetta, ma poi mi ero subito dedicato a cercare con tenacia notizie per lo zio.

D’improvviso giunge la notizia: padre F., che proprio ieri tanto mi aveva colpito per il suo sorriso mite e dolce, la sua serena loquacità, che mi ha salutato affondando i suoi occhi chiari dentro di me, questa notte è morto.

Ciò che colpisce non è il modo inatteso o la sua apparente salute, l’aver scherzato sul caffè offerto o l’aver allungato le mani verso di me in un gesto di rassicurazione. È piuttosto il pensiero di quello che siamo stati l’uno per l’altro nelle ultime ore della sua vita. Forse sono stato l’ultima nuova persona che lui ha conosciuto e la gerarchia temporale di questo incontro determina una forza speciale al suo ricordo. Cos’erano le parole che si sono detti con lo zio? Esiste un luogo dove si porta con noi queste cose? A me resta il volto di un Angelo, la cui foto la mamma si è affrettata a mettere sul suo comodino in religiosa vista.

 
 

images (2)

 

La serata maschile con gli amici trova difficoltà a partire tra un progetto di vacanza strampalata in Turchia e una cena un po’ misera. D’improvviso si entra in un pub. La città porta con sé migliaia di porte girevoli che dalla pioggia della strada ti gettano in artificiali altri mondi. Seduti al bancone giochiamo la nostra anxiety con l’angoscia di un mondo assetato di ricchezza. Ma noi, già stanchi del benessere e dell’agio, cosa cerchiamo nella logorroica durezza di questa ingombrante donna colombiana? Forse qualche trastullo e un gioco destinato alla delusione, ma in fondo rimaniamo colpiti per essere stati catapultati improvvisamente in un mondo sconosciuto e tremendamente reale. Il denaro la fa da padrone in ogni parte del mondo e ovunque i sogni sono banali.

Ho diradato la scrittura e sento il peso della sua mancanza, come un voto non osservato. Ho lasciato passare, così, la scomparsa di Paolo Bertolani che pure ha dialogato a più riprese con la mia anima, come un monaco paziente che andiamo a incontrare di tanto in tanto.

… questa finzione di neve … – Se viene – qui non dura. / Una spolveratina – al più. / Mare e palme e i fiori delicati / della riviera – la sfanno. / E’ come con la vita, che non fai / in tempo a dire: guarda che stiamo / vivendo – ed è finita.

Nell’attenzione delicata e continua agli uccelli ho sentito sempre una comunanza grande per questo particolare mondo animale quasi invisibile e così tutto suono, così misterioso e fragile.

Rondini – è quasi maggio e il cielo / è ancora vuoto di tutte quelle belle rondini … / ma quest’anno, / non passano? O sono io che non le vedo, / tanto il mio cielo dentro è gremito / di altro che mi schiaccia, e qui nelle sere / non sento il suo peso? // (… e le rondini sono così leggere …).

Anch’io non vedo gli altri in questi giorni e non rimane nella mia rete niente delle loro figure, tanto forte è il peso che devo portare.

La bellezza – anche se precisa come l’orologio, / se non parla, se non mette fuori quel che / ci rimescola dove più si pena, / bellezza non è – se non somiglia a quella bella / specie di dolore che chiamiamo amore. (Paolo Bertolani)

 

 

Visita del Frosone che Linneo nel 1758 chiamò Coccothraustes Coccothraustes. È un risveglio di voci polifonico: fringuelli e torcicolli, merli e verzellini, che i vecchi chiamavano raperini per il colore giallo che ricorda i fiori di rapa. Il Frosone, che a marzo è di passaggio nel ritorno migratorio, regala il suo sommesso e raro canto: quando nel pomeriggio cammino tra i campi ne incontro un intero gruppo di circa quindici esemplari.

Mentre li osservo squilla il telefono, lo spengo, il suo rumore può far scappare i frosoni, uccelli molto guardinghi: quando volano la barra bianca orizzontale della coda allargata li distingue da quella dei fringuelli che si apre sulle ali. Ancora gli alberi sono spogli, l’aria non è dolce, manca della convinzione primaverile, non riesce a respirare come il corpo vitale.

Lo zio è morto in quegli istanti: quando i frosoni se ne sono andati con il loro brusio deludente rispetto alla forza del loro becco, ho ripreso il telefono e ho chiamato quel numero sconosciuto. Arresto cardiaco, come nel sonno. Ieri avevo risposto ad un suo strano delirio: vedeva figure umane dov’era solo un armadietto di ferro del rumoroso ospedale. La sua carne vergognosamente bianca come il burro mi aveva dato la nausea, avrei preferito il sangue di una ferita. A cosa è servita tutta questa peripezia se poi te ne vai per un banale inciampo, senza rumore e chissà se nel sogno di una corda che lentamente ti scivola di mano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...