Scatola blu con Lanario in La bemolle maggiore

 

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11 febbraio

 

La mamma cade la sera e piomba nel dolore più lancinante. Siamo catapultati d’improvviso in una frenesia assurda. L’ambulanza, la propria incapacità a prestare soccorso, la donna che urla la sua paura e che tu accarezzi e baci come – ora ti accorgi – non facevi da troppo tempo. L’ospedale, dopo un anno preciso, di nuovo qui nella notte, quella eterna luce crepuscolare, i lamenti, l’acqua, le infermiere stanche che assistono solo persone anziane.

La famiglia, quella delle disgrazie, in queste occasioni si ricompone. La mamma piange perché si è rotta il femore a ottantasei anni, lo stesso giorno e alla stessa età della nonna T. che se lo era spezzato trentaquattro anni prima, e che poi ne morì. Noi due intimamente formiamo la famiglia delle coincidenze. In un attimo si condensa la fragilità della genealogia umana e come in un’apparizione vedi gli uomini cadere uno ad uno.

 

12 febbraio

 

Entrare nella casa materna, vuota e ferma alla tremenda caduta. Ne era uscita per prendere un po’ di polenta e formaggio dalla vicina e ora rischia di non rientrarvi più. Le sue povere cose, gli abiti solo utili e senza l’ansia di bellezza così come è per le persone anziane, la televisione finalmente spenta, qualche giornale sfogliato e rimasto aperto. Cammino dentro le sue stanze con l’autorità del figlio e esperimento un possibile vuoto futuro come potessi vivere anticipatamente la sua assenza. Il suo corpo sta in ospedale, la sua pelle – ho scoperto – è liscia come quella di un bambino e ora, quando vado a trovarla e poi la lascio, la bacio e a sua volta le chiedo un bacio: non lo facevo più da moltissimi anni e la sua caduta ha permesso il rivivere sensazioni dimenticate. La persona distesa nel letto perde la sua fisionomia conosciuta e ne acquista una più imperfetta, più disarmonica, come se i caratteri del volto o le forme del corpo svelassero la loro intima precarietà. La morte ovunque aleggia su di noi.

Ricevo le parole di Martina, Alessandro e Rossana come un dolce viatico. L’amicizia è questo, «l’accordo, pieno di benevolenza e carità, sulle cose umane e divine».

Ex omnibus saeculis vix tria aut quattor nominantur paria amicorum. (Cicerone, Lælio IV, 15)

 

14 febbraio

 

Il tempo è divenuto un condensarsi di compiti ripetitivi, ritaglio delle esigenze della malattia. Non è la scrittura a trovare difficoltà ad essere partorita ma il pensiero rimane sempre proteso nell’ascolto della sofferenza della mamma e nel vortice del mortifero fantasma.

La famiglia delle disgrazie non parla il linguaggio dell’amicizia, ma quello dell’urgenza, del dovere, dei compiti, dell’approssimazione dei sentimenti a buon mercato. Quando, settimane fa, è stato fatto notare da A. che tengo sempre un atteggiamento di supponente superiorità, ne sono rimasto offeso, tradito e irrimediabilmente distante. L. ci ha messo del suo facendo cortocircuito con la famiglia interrotta: ne riconosce infatti la verità trovando conferma nella mia permalosa suscettibilità. Vi è in questo una silenziosa sentenza: accanto a te ognuno ha un suo mondo parallelo e profondamente complicato che non interseca mai, se non nelle esteriori convenienze, l’altrui e i filoni di comunicazione incancreniti si accecano vicendevolmente. Così ho sentito A. detenere la verità concreta, pragmatica, alla fine opportunistica della prognosi della mamma. La mia banale considerazione che vedeva nella caduta della donna una degli ultimi colpi che l’anziana subisce nella vita, veniva subito disconfermata attraverso un esito corrispondente, tutto ammantato di buon senso, di filosofia spicciola, altrettanto banale.

Dov’è allora l’amore fraterno, la comprensione del sentire altrui? Dura è la sentenza di Cicerone:

Hoc præstat amicitia propinquitati [parentela], quod ex propinquitati benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest: sublata enim benevolentia amicitiæ nomen tollitur, propinquitatis manet. (Lælio V, 18)

Delicato è il termine benevolentia inteso come affetto, volontà del bene altrui, disposizione al bene. Definitivo il formalismo nominativo della parentela la quale rimane ad onta del venir meno dell’affetto.

 

 

Mi è cara la miopia / quasi quanto la vita. / Mi fa il mondo piccino / con umani confini / e me fa grande nella mia miseria. / Quando gli occhi spalanco / e rimiro il creato / lo vedo tutto ornato / di sì caldo splendore / ch’io dico – Sarà il sole / che l’indora di luce così viva / o forse è la mia miopia / che mi muta in barbaglio ogni chiarore / ed accende bagliori /ove non è che muta luce e ombra? / Quando vo per la via / fervida nel brusio / della folla festosa / ogni donna che passa / brilla così ridente ed amorosa / ai miei occhi, ch’io dico: / Chissà che non sia il giorno / dato alla gioia / del povero mendico / d’amore? – ed alzo gli occhi, le guardo ad una ad una / e sento in cuore / che qualcuno risponde al mio sorriso. / Ma so che non è vero. E allora in pena / fra me stesso ragiono: / forse non era bella. / E mi consolo. (Mario Alessandrini, 1941)

Questa poesia di autore a me sconosciuto mi rimanda alla mia amata senza nome. La miopia è una figura della poesia, dove il vedere attraverso gli occhi del desiderio è ben più ricco del desiderio che nasce dal crudele vedere del reale.

 

15 febbraio

 

Operazione passata. Attesa, orari lunghi, preoccupazioni.

 

 

Ieri è apparso un piccolo falco e si è appostato sulle canne di fronte la finestra, in un luogo insolito per la vicinanza con la casa. I suoi occhi sono vigili come quelli di un bimbo che si nasconde al compagno di giochi. Il colore chiaro del petto è punteggiato uniformemente. Le chiare e pronunciate sopracciglia e i mustacchi fanno pensare ad uno Smeriglio, le sue dimensioni sono medie. L’incertezza dell’individuazione è la gioia inutile dell’osservatore dilettante; a questo livello poco importa se il falco è uno Smeriglio o un Lanario. Ciò che conta è il suo silenzio e il fatto che il solo puro caso lo rende un’apparizione misteriosa.

 

 

Nell’attesa del ritorno della mamma dalla sala operatoria, vedo alla televisione un documentario su don Zeno di Nomadelfia. La costruzione di piccole utopiche realtà comunitarie appartiene ai periodi post catastrofici. Allora l’uomo pensa di essere vicino a creare una società basata sul semplice convivere. Poi di nuovo la società si fa complessa e questi esperimenti perdono il loro fascino ingenuo e universalistico. Quando don Zeno muore d’infarto si esegue dinanzi alla bara un Valzer come era nella sua volontà. Anche in questo vi è una sincera ricerca di un codice nuovo che ridiscuta pratiche funerarie che furono millenarie. Non manca così di apparire una teatralizzazione della propria morte, immaginata quando si è ancora in vita, come ultimo messaggio di distinzione. Nelle immagini di una televisione ancora in bianco e nero, i bambini danzanti si muovevano senza il sonoro. Ho pensato al Valzer in A Flat Major op. 34, n. 1 di Chopin e alla sua infantile allegria. La immaginavo per quei bambini, a dire il vero un po’ attoniti, come fosse stato loro rubata la tristezza. D’altronde, sarebbe stato sufficiente passare al Valzer in A Flat Minor op. 34, n. 2 e la scelta di colonna sonora musicale alla propria dipartita avrebbe assunto il carattere di un crudele esercizio di pietà.

Stanotte in ospedale con la mamma.

 

16 febbraio

Mi porto dentro per tutta la giornata lo sguardo intenso del falco che domenica mi ha fatto visita. Mi sono voluto convincere che si tratti di un Falco Lanario (Falco biarmicus) per la forma sottile e non a virgola del suo mustacchio. Anche il colore chiaro delle parti inferiori è un indizio favorevole. Non so da cosa deriva il nome lanario, sia nel significato di ciò che concerne la lana sia in quello di lanaiolo come mestiere. In incontri così fugaci, la bellezza dell’individuazione sta nel poter immaginare abitudini di vita, percorsi migratori e siti di riproduzione. Il Lanario ad esempio è assai erratico e solitario. C’è nei falconiformi una dignità cavalleresca che dà spessore alla loro attività predatoria; mancano infatti della forza calma e decisa delle aquile o di quella svagata delle poiane le quali non sembrano necessitare dell’affaccendarsi furtivo e scattante del falco.

Per alcuni giorni è ospite L., inglese di Brighton e coetanea di mio figlio. Porta in casa un che di essenziale, deciso, pragmatico, quel fare anglosassone così poco aggraziato.

 

 

In ospedale arrivano i parenti, tutti insieme. Come nelle ultime occasioni, mi sento al centro delle attenzioni e ricevo la solita sensazione dal ramo paterno: la famiglia solidale e gentile. In particolare G., cugino timido e segnato dalla perdita di un giovane nipote. In questo incontro vi è come la smentita di Cicerone, perché la benevolentia sembra ricomporsi attraverso la casualità del semplice contatto.

 

18 febbraio

Nell’alzarmi molto presto per assistere la mamma in ospedale, quando ancora il ritmo quotidiano nel suo incessante ripetersi è immobile, riesco a vedere aspetti che mi sembrano sconosciuti.

La sera prima ho ricevuto la visita di Rossana che porta le “dame” per il vino: il significato del termine sembra stare a metà tra la derivazione francese di damigiana – la dame-jeanne (signora Giovanna) – con la conformazione del contenitore che ricorda appunto una signora dalle grandi forme rivestita di un lungo abito.

L’amore non ha un’altra causa che se stesso, e non ha alcun frutto distinto da sé: il frutto dell’amore è il goderne. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore, se però ritorna al suo principio, se si riallaccia alla sua origine, se rifluisce nella sua fonte, e sempre da quella deriva ciò che gli permette di scorrere senza interruzione. (San Bernardo)

 

19 febbraio

La mattina molto presto, mentre il vento spinge le nubi cariche di pioggia, sento un lungo canto di Tordo (Turdus philomelos) nel canneto. È l’annuncio della primavera, l’atteso segnale che «l’interrogare» si è concluso e altre domande, nuove e infinite, si pongono. Il suo canto è un lungo poetare su versi di quattro piedi, melodioso, mai lamentevole, con un’impressionante precisione ritmica.

 

 

Lettura de L’amicizia spirituale di Aelredo di Rievaulx. A partire dal bellissimo verso del Cantico dei Cantici, «baciami con i baci della tua bocca» (Ct 1,1), dove la traduzione rende attraverso le consonanti (b) e (c) l’incontro erotico (b) e la sonorità amorosa del contatto dei due corpi (c), si considera lo scambio e l’amalgamarsi di vita che avviene nel bacio. Mentre possiamo fare a meno per un po’ di tempo del cibo, non è altrettanto possibile farlo dell’aria, senza la quale non sopravviviamo. È lo spirito (il fiato) che entra ed esce dalla bocca.

Per questo diciamo che in un bacio due fiati (spiriti) si incontrano, si mischiano, si uniscono. Da qui nasce un’intima sensazione di piacevolezza che stimola il sentimento di quelli che si baciano e li stringe l’uno all’altro. (Aelredo II, 13)

Si distinguono infine tre tipi di bacio, quello corporale che unisce le labbra, quello spirituale che congiunge gli animi e quello intellettuale dove si infonde la grazia mediante lo spirito di Dio (24).

 

 

Il Lanario è un falco che vive essenzialmente nell’Europa meridionale, attorno all’Albania, la Bulgaria e la Grecia, ma estende il suo areale anche all’ex Jugoslavia e l’Italia del sud. Il mio visitatore perciò per essere veramente lui dovrebbe essere un avventuroso esploratore del nord.

 

 

Nel pomeriggio giunge Massimo, il prete gigante, con barba, chignon, stola elegante e ombrello rosso vivo. Sta passando per la benedizione delle case e ci abbraccia e bacia calorosamente: il suo è un bacio corporale o spirituale? Finalmente è allegro, completamente al centro della scena. Riesce a mettermi di buon umore e mi riconcilio con lui dopo i precedenti sfuggenti incontri.

Nell’atto di benedire dall’alto della sua statuaria figura di pope ortodosso, si fa un ampio segno di croce, a cui automaticamente rispondo senza pensarci. Mio figlio, mentre lui sta già recitando la formula di preghiera, dice che proprio quel segno non se lo farà. Io invece lo ripeterò anche alla fine. L’aspetto rituale infatti aveva in quel momento un significato di amicizia, una riconciliazione tra di noi. È entrato così in casa un che di inusuale, mentre la tv era accesa, R. bivaccava sul divano e Mayol andava annusando la lunga tonaca tappezzata di odori delle case del vicinato. Viviamo ormai in un mondo sordo non tanto al religioso o al sacro quanto ai segni della convivialità e dell’apertura all’altro. Quella ritualità d’altronde è ormai completamente, e finalmente, fuori della storia ed è un bene che la storia stessa non sappia dove collocarla, perché solo l’inattualità può ridare senso al religioso.

Casualmente leggo una breve crestomazia di aneddoti sulla preghiera chassidica e mi gusto quel misto di trascendenza e logica sopraffina come un buon bicchiere di vino da paesi lontani.

Appresi dal Maestro che il servizio è impedito dall’autoumiliazione. Infatti per questo motivo l’uomo può non credere che è l’uomo a recare benedizioni a tutti i mondi e a sostenere perfino gli angeli mediante la preghiera e lo studio della Torah. Se lo crede, con quale gioia e reverenza l’uomo servirà Dio e con quale cura pronuncerà ogni singola parola, ogni lettera e vocale. Ricorderà che il Santo, che sia benedetto, sorveglia le labbra dell’uomo per baciare quando pronuncino con riverenza e amore le parole della Torah e le preghiere. Se l’uomo volgesse a questo il suo cuore, sarebbe preso da tremore e paura al pensiero che il sommo e tremendo Re sta osservando le labbra del mortale. […] L’uomo deve capire che è “la scala fissata sulla terra la cui cima tocca i cieli”, di cui ogni atto, passo, motto, gesto lascia un’orma in cielo. Davvero dovrebbe badare a ciò che fa, per amore del cielo.» (Ya’akov Yosef Ha-kohen)

 

20 febbraio

In ospedale visita di Marcella, la cugina dai grandi occhi e dal fare gentile e premurosamente sicuro. La sua esperienza di ex infermiera ne fa una donna saggia, capace, sorridente, poco incline alle illusioni della salute del corpo, eppure presente, piena. La sua voce è tonante e leggera al tempo stesso, il suo corpo è minuscolo e forte. Alla fine mi guarda e i suoi occhi si fanno ancora più grandi, s’illuminano d’affetto. «Come sei bello!». Non è la sua adorante confessione di cugina maggiore che mi raggiunge, ma sono quegli occhi attraverso cui si vede il bene come un parlare dolce, senza alcun fine diverso dalle parole stesse.

 

 

Il mese di febbraio riserva rare emozioni e la sua brevità, dilatata nell’attesa, ne sottolinea il carattere di ponte, una sua particolare infinitezza. Proprio in questi giorni ricorre il diciassettesimo anno della morte di Elisabetta, il mio amore più grande, il più vano, il meno sperimentato, quello che mi ha fatto più gioire nella mia incosciente prima gioventù. Non sapevo niente del mondo e tutto mi sembrava potesse essere colto in quel corpo così fresco, così sinuoso, per me perfetto.

Quanto ci siamo cercati con gli occhi e quanto abbiamo giocato a nascondere ciò che non eravamo in grado di capire potesse essere chiamato amore! Eppure era amore allo stato puro, quello che sorge dalla visione e non dalle parole. Quanto soffro ancora nel dover portare la pena del triste nostro ultimo incontro! Lei, ricurva nel letto, ormai immobile e assente allo sguardo: ricordo i suoi capelli biondi già radi, lontano riverbero della luce che un tempo emanavano. La mano che presi tra le mie pareva ancora intatta e bisognosa di contatto. Sapevo poco della sua malattia; nessuno mi aveva ancora spiegato quale perfido male la stava divorando e nessuno era presente in quel silenzioso reparto della morte. All’inizio non proferii parola perché non sapevo neppure dove mi trovassi, per il timore di contravvenire ad un patto con chi mi concedeva di sostare in quell’anticamera dell’al di là. Allora una voce d’infermiera, che parve brusca e premurosa al tempo stesso, m’invitò a parlarle e a non tacere perché lei, seppure immobile e con gli occhi chiusi, mi sentiva. In un attimo si svelò tutta la mia inadeguatezza, mentre non si poteva più nascondere quello che provavo, il motivo per cui ero lì e che entrambi sapevamo essere la nostra ultima volta. Confessai ad un corpo inerte che mi negava il volto tutto il mio amore con poche parole che non ho più ripetuto a nessun altra. Da allora la mia parola in amore si è come murata nel dolore, per l’occasione che non ci siamo dati e non c’è stata concessa, per il «coraggio» mio che non l’ha salvata e l’«autoumiliazione» sua che non è servita a niente. Ancora dentro il cuore sono incerto di averle dato un estremo sollievo o un crudele e ulteriore dolore.

Ti amo ancora, Elisabetta.

Un padre e un figlio stavano viaggiando insieme su un carro quando giunsero all’orlo di una foresta dove grappoli di more si offrivano, deliziose al palato. Il ragazzo li vide e chiese al padre di arrestare il carro e di aspettarlo mentre li coglieva. Il padre consentì, ma gli consigliò di fare in fretta, perché non avevano tempo d’indugiare. Ma il ragazzo, deliziandosi delle more, ne raccolse a mucchi, finché il padre lo deplorò: “Ragazzo mio, dobbiamo metterci in cammino perché i minuti passano e la strada si stende davanti a noi”. Invano, il desiderio era il signore del ragazzo. Vedendo che non c’era niente da fare col figlio, finalmente il padre lo chiamò dicendo: “Ascolta, ragazzo mio, ti darò un buon consiglio, affinché nella tua ricerca delle more tu non ti scosti dal cammino che conduce fino a me. Continua a chiamare: Padre! Padre mio! Ed io ti risponderò: Ragazzo, ragazzo mio, finché udrai la mia voce, sappi che anch’io odo la tua. Ma bada che quando tu cessassi di udirmi, sarebbe segno che sei smarrito nel folto del bosco. Allora corri, corri da me con tutte le tue forze finché mi trovi. (Shmuel Shmelke da Nikolsburg)

 

22 febbraio

Nella recensione a Memoir: a History di Ben Yagoda, oltre ad un breve elenco di autobiografie famose nel tempo e l’analisi dell’esplosione attuale delle scritture del proprio sé nella postmodernità digitale, si afferma che nel bisogno di raccontarsi, il senso della letteratura si incunea tra la testimonianza di ciò che siamo stati e la tendenza a non dire la verità, da cui la finzione ricostruita della propria vicenda. Credo che la difficoltà a dirsi «veritieramente» faccia parte dell’impossibilità dell’io che si autonarra a dispiegarsi su un reale vissuto come vero. Da qui l’autocensura, nell’incapacità a vivere la propria «mancanza di io» come lo specchio accettabile del proprio difettare, e la ri-costruzione come messa in scena attraverso la riscrittura dell’io «adorante» il proprio agire. Ne è riprova la proliferazione narcisistica e maledettamente omologata all’autocontemplazione immaginata da parte di una potenzialità smisurata di lettori, che il web dà. Attraverso internet, schermandoci con il proposito minimo e modesto di trovare nel mare vasto della comunità internauta altri «io» che plaudono o stanno come silenziosi testimoni, colui che si narra giunge automaticamente a vivere l’onnipotenza dello scrittore riconosciuto, capace di trasmettere la propria esperienza come unica. Anche se in ultima analisi sarà solo la capacità letteraria, intesa come sapienza dello scrivere e capacità di trascendere l’oggetto del narrare (l’io), a fare la differenza, siamo costretti ad ampliare i cataloghi, a pensare a repertori sempre più vasti, a democratizzare e rendere universale il diritto a testimoniare il proprio sé, senza che la storia della vita di ognuno susciti veramente interesse.

 

 

Ho passato la notte a rileggere le lettere ricevute e le bozze di quelle inviate o mai consegnate, che custodisco nella scatola di cartone blu. Quelle missive fanno parte di un’altra epoca e possiedono un altro codice di comunicazione. Non è solo la storia di rapporti che non esistono più e che il tempo ha profondamente cambiato. È tutto un linguaggio, un sentire che è mutato e la loro lettura dà un senso di fragilità e di innocenza, di inutilità e di vanità.

Nel caos dei fogli colorati, delle più disparate scritture, dei vagiti giovanili di spiriti imberbi, emerge comunque una certezza: chi potrà possedere tra trenta anni una scatola con la materialità scritta dei sentimenti? Quale cartella web potrà contenere un insieme di testimonianze così crude e ridicolmente arcaiche, rispetto alle forme veloci e brevi attuali? Chi potrà rileggere i tentativi di divenire adulti dei ventenni di oggi attraverso lo scambio reciproco della parola scritta?

Tra queste riesco a malapena a sostenere la lettera d’addio di Elisabetta, dove ora mi pare si fosse insinuata una simulazione di sicurezza per una presa di distanza necessaria. Nel ripercorrere il momento del distacco si constata il senso di drammatica impotenza della vita ad essere qualcosa fatto per il bene reciproco. Non è la razionalità che manca; è l’illusione di scelte ritenute reversibili ma annunciate come epocali punti di svolta.

Le lettere di A. relative al periodo aureo della convivenza sono belle per la loro divertente e vasta copertura del quotidiano: scambi di consegne di faccende per la casa, impressioni sui vicini, codici comprensibili solo alla coppia, continue dichiarazioni d’amore. Poi nessuna sua lettera che riferisca la rottura; al contrario, una mia lucida testimonianza ad una sua amica, prima che partisse per gli Stati Uniti. Mi colpisce la calligrafia sicura, perfetta, esteticamente senza sbavature, a fronte di un periodo che ricordo devastante e assai incerto psichicamente.

Leggo anche le lettere di Rolly con quella scrittura disordinata e impulsiva: mi sembrano estremamente concrete, dirette e vere, a paragone di dove allora io ero.

Dovresti investire tutta la tua forza nelle parole, procedendo di lettera in lettera, con una concentrazione tale, che smarrisci la coscienza della tua persona corporea. Allora ti sembra che le lettere stesse stiano fluendo l’una nell’altra. (Ketor Shem Tov)

 

 

Il canto del merlo, che ormai da due giorni riempie i pomeriggi preprimaverili, è molto più potente di quello del tordo, ma ogni sua frase termina in un calando poco musicale e un po’ sgradevole. Il tordo al contrario riesce a costruire frasi ripetute ma armoniose e unitariamente ritmate: è come la differenza fra la perfetta potenza del tenore un po’ impacciato nelle note finali e la partitura di una misurata sinfonia.

C’era una volta un re tanto gentile che emise un decreto per cui ad una certa festa tutte le richieste sarebbero state concesse. Chi chiese oro, chi terre e titoli. Ma uno fu più savio di altri. La sua richiesta era soltanto che gli si permettesse di entrare a palazzo e di parlare di persona con la maestà del re tre volte al dì. La sua richiesta riscosse più favore di tutte le altre agli occhi del re. (Baal Shem Tov)

 

24 febbraio

Da più giorni ormai mi alzo la mattina molto presto per giungere in ospedale dalla mamma. Arrivo sempre nell’ora incerta del mattino, mentre attorno il reparto inizia la sua movimentata attività. È un’umanità sofferente e in gemito, in massima parte donne anziane, per lo più confuse mentalmente e ormai sulla via della dipartita. Nel letto accanto alla mamma se ne sta una vecchietta che la prossima domenica compirà centotre anni; ormai cieca, distingue appena le figure umane ma mantiene lucidità e capacità comunicative. Quando dorme reclina la testa sulla spalla sinistra e infonde un senso di estrema serenità.

 

 

Ascolto dell’Arte della fuga di J. S. Bach nella versione per quartetto d’archi.

Dopo ventidue giorni dalla risolutiva telefonata con J., sento di averla definitivamente cancellata dal cuore. È una crudele descrizione del proprio sentimento, ma d’altronde il suo «ti porterò sempre dentro di me» non mi sembra dica tanto di più.

La gente crede di pregare a Dio. Ma non è così, la preghiera è Dio. Infatti sta scritto: “la tua preghiera è il tuo Dio”. (Pinhas di Koretz)

 

26 febbraio

Finalmente di nuovo Jünger, i diari dell’occupazione, 1945-1948. Subito una pistola puntata sulla testa segna «l’ingresso in uno spazio diverso», che fa percepire un’attenzione estrema, l’ascolto del silenzio. Il contatto con la morte e il silenzio assoluto, il limitare di un salto verso l’infinito, poi qualcosa che ti riacciuffa e sei nella paura o nel coraggio. Non si sa che cosa si è evitato eppure, diciamo: «l’abbiamo scampata bella!». Ne parliamo per paura, ci esaltiamo per coraggio ma niente ci può confermare che la morte ha deviato il suo percorso per un fortuito pensiero o per la traiettoria interrotta da un corpo che si è frapposto. Solo quel silenzio che non è attesa ci ha posto nel non essere della vita colta di sorpresa.

 

 

In una giornata di forte vento del sud è tornata la capinera e ha salutato il fitto canneto con il suo flautato canto. Subito il pettirosso e lo scricciolo hanno ripreso a cantare: è stato un riprendere posizione di fronte alla primavera che preme.

Dopo tanti giorni nella mamma sembra tornata la forza vitale, il sorriso pulito, il superamento della paralizzante auscultazione del proprio dolore. Questo riemergere carsico come da linfe sotterranee desta una gioia impulsiva e uno stupore felice. Per un attimo riflettiamo sull’eterna potenza dello spirito (fiato) vitale e rimandiamo al momento del pianto commosso la certezza che è stato illusorio pensare che il prossimo a noi caro non potesse cadere.

Le ho massaggiato i piedi con una crema al pampino, che pare avere proprietà antidolorifiche: mentre ungevo la pelle arida come terreno estivo, pensavo quanto a lungo alcune persone devono attendere prima di essere servite. Mi è sembrato infatti come uno dei primi momenti in cui l’aiuto alla mamma si consumava in un contatto fisico e sapevo che dalle mani passava una piacevolezza sensoriale. Più volte in questi giorni ho sentito come l’approssimarsi della morte, la sua lunga ombra abbia fatto cadere come un muro di sabbia una barriera emotiva che sinora mi aveva tenuto ingabbiato. Il bacio di saluto, la carezza sulla fronte, il pettinare i capelli – gesti lasciati sinora ad un gineceo parentale – sono diventati una inaspettata nuova forma d’affetto. Nel silenzio dell’inconscio sembra sommuoversi una relazione bloccata.

La sera, ripensando a quel massaggio durato pochi minuti, ho confrontato la pratica antica di preparazione delle concubine del re Assuero: dodici mesi era il loro periodo di preparazione all’incontro, «sei mesi dedicati alle unzioni di mirra e sei mesi dedicati ai balsami e a tutti i cosmetici femminili» (Est 2, 12), dopodiché la concubina poteva concedersi al re per una notte, senza la certezza che questo si sarebbe potuto ripetere.

 

27 febbraio

Il mio merlo se ne sta in alto nel canneto rigonfio e placido. Di fronte a me e voltandomi le spalle formiamo una linea di proiezione nella vallata: in questo spiarlo sento una volontà protettiva e una complicità canora. Ascolto il gorgheggio come ci si dispone per un’orazione: c’è in quel canto infatti una calma inusuale come se questa derivasse dall’inizio della stagione riproduttiva, in un momento in cui ancora non vi è competizione con altri coinquilini del canneto quando le note diventeranno più urgenti e aggressive.

Mi manca il mio falco, spirito dell’inverno che se n’è andato. Quell’apparizione continua a balenarmi nella mente come avesse annunciato la novità del divenire. Si capisce perché questi animali silenziosi e guardinghi siano stati associati sempre all’acutezza, alla rapidità e all’adolescenza.

Mentre [Telemaco] diceva così, gli volò incontro da destra un uccello, / un falco, rapido nunzio d’Apollo, e fra gli artigli stringendo / una colomba, le strappava le penne che a terra piovevano, / in mezzo tra la nave e lo stesso Telemaco. (Odissea XV, 525 seg.)

 

28 febbraio

Sempre sul falco. Nella mitologia egizia la figura di Horus, il Dio Falco, ebbe una rilevanza notevole e si contrappose a Seth, il quale riuscì a strappare al rivale solare un occhio cercando in tal modo di depotenziare la divinità del suo sguardo acuto e scintillante. L’associazione con il sole e la divinità rese il falco un animale sacro anche tra i Greci. La sua addomesticabilità tra l’altro determina una contaminazione spirituale con credenze di amicizie e conforti reciproci con l’uomo. Gli antichi credevano ad esempio che il falco, trovato il cadavere insepolto di un uomo, avesse premura di ricoprirlo di terra.

Il legame con l’uomo è tuttavia strettamente funzionale alla caccia. Il falco divenuto un animale da cattura ottenne, come i cavalieri del Medioevo, bardature e paramenti particolari, come il cappuccio di cuoio sormontato da un pennacchio. Questa vestitura, a cui l’uomo aggiungeva per sé protezioni di cuoio dove si posasse il rapace, rende la specializzazione venatoria del rapace più dignitosa e elegante. Questa nobiltà, ad esempio nel falco pellegrino, sembra riflettersi anche nel fatto che dopo ogni cattura egli sia solito lavarsi nelle acque.

 

3 marzo

Bellissima alba di fronte la finestra. Veramente si può dire che «il cielo s’infiamma» perché la sottile nube che contorna il profilo dei monti è di un rosso caldo. Per un attimo si estende fino al Pratomagno poi tramuta in un rosa celeste fino a divenire luce del giorno. Con questi colori negli occhi giungo in ospedale dove la mamma ancora dorme. Rimango in piedi e guardo dietro le finestre oscurate il disordinato assembramento di case. La cavità oculare della mamma, nella posizione distesa, mostra un disegno cadaverico: così, in attesa di toccarle la spalla e provocare un risveglio sobbalzante, studio il suo volto che si prepara a morire.

Subito non vorremmo lasciare andare i nostri morti. Poi però sembra che non accada abbastanza in fretta. (Jünger)

Più tardi, quando le racconto di quel fuoco nel cielo, lei parla del freddo che tornerà e ricordo come nelle credenze popolari il rosso della volta celeste è sempre segno di sventura.

 

4 marzo

Ad ogni risveglio nel mattino c’è un nuovo ritorno: prima il “chiff chiaff” del Luì piccolo (Phylloscopus collybita), la cui monotonia di canto sembra di uccello che avverta a distanza, poi la melodia della Capinera (Sylvia atricapilla), uccello della macchia e dell’ombra.

 

 

Puntatina a Firenze. Passeggiata lungo Via Delle Belle Donne e Via Della Spada. Visita alla libreria FMR con le due vetrinette deliziose dove il libro svolge un compito di appagamento per la vista, libro feticcio che nella copertina gioca molte delle sue possibilità e rassicura il possessore per la sua vanità estetica. Questi luoghi danno una sensazione di felicità appagante nei primi momenti, poi s’insinua un disagio crescente come se i libri fossero abiti e oggetti di lusso che solo una certa cerimonia ne giustifichi l’esistenza. Così esploro l’interno dalla vetrina senza entrare.

Più avanti la Libreria della Spada, luogo assai più agevole ad essere visitato. Si è impressionati dalla quantità spropositata di pubblicazioni d’arte in molte copie. Tutto è rigorosamente a metà prezzo e difficilmente la qualità delle opere si concilia con la rarità. Il libraio, per il suo aspetto magro, occhialuto e dai lunghi capelli grigi, è la personificazione di una professione ormai in via d’estinzione. Non è infatti internet che toglie spazio a questo commercio, quanto la mutata percezione del valore spirituale dell’oggetto libro, divenuto ormai complemento di esperienze fugaci e limitate nel tempo: un viaggio, una vacanza, il richiamo di un film, un evento contemporaneo. Si farà sempre più rara l’esperienza di entrare in possesso del libro non per il suo subitaneo consumo ma per depositarlo per una futura o continuata degustazione.

La visita nella libreria è per forza di cose veloce, perché si entra in questi luoghi alla fine non per visitarli ma per essere catturati. Ogni incontro infatti ha qualcosa di casuale e irripetibile. Sono così «chiamato» dagli scritti di estetica di Hölderlin, dal libro nero di Joe Bosquet, dalla simbologia dell’arte indiana. Non avevo intenzione di conoscere questi trattati, ma sono loro ad aver teso delle trappole magiche.

 

 

La visita a Firenze serve a partecipare ad una doppia Lectio magistralis sul tema del Dominio. Il luogo è all’interno di Palazzo Strozzi nell’antico Gabinetto Viesseux. Prima ho vagato nelle lussuose vie d’intorno al monumentale e pulito palazzo. Il clima è irreale perché l’eleganza del passato si lega all’estetismo della moda contemporanea. Nel palazzo vi è una mostra su De Chirico e la sua metafisica che influenzò l’arte del Novecento. Stazionare in questi luoghi fa condividere il senso artistico con cittadini di tutto il mondo; è come essere catapultati in un fuoco di passione eletto.

Quando finalmente mi siedo all’interno della sala Ferri sono circondato da antichi libri che si elevano fino palchetto che gira intorno alla sala e a cui si accede da una piccola porta in un angolo. Ci aspettiamo da un momento all’altro letterati e riformatori liberali ottocenteschi facciano il loro ingresso da quegli scaffali.

«Firenze è la mia patria».

 

5 marzo

Un sole freddo e terso inganna le attese. Potare le rose che formano due grandi aiuole di fronte al fienile, significa stabilire «la linea dinastica legittima» della pianta. Guardando cadere i pungenti germogli, «in noi l’idea della buona azione prevale sulla rappresentazione del dolore; vediamo bene che la pianta, nel suo insieme, sopravvive» (Jünger).

Anche il Verdone (Carduelis chloris) ha fatto sentire il suo stridulo canto, un glissando ascendente di singola nota. Sui monti intanto nevica ancora.

 

6 marzo

Un’alba rossa senza il fulgore di alcuni giorni fa. Nella notte mi sono svegliato con la superba immagine del Palazzo Strozzi di cui avevo parlato nella sera precedente con Rossana. Sono rimasto impressionato dalle lanterne in ferro battuto agli angoli, dove, insieme ai bracciali tra le finestre per fiaccole e stendardi, venivano bruciati panni intrisi di resine. Lo spettacolo in età rinascimentale doveva essere suggestivo e suntuoso, nei riflessi cangianti dell’uniforme bugnato. Il palazzo fu costruito nell’arco di quasi un secolo, nel tentativo di superare in bellezza il palazzo Medici di Michelozzo. È perfino banale riflettere sul fatto che i potenti e i ricchi commercianti di allora lavoravano lasciando una traccia che si è rivelata duratura nei secoli. Oggi invece i più costruiscono ville con comfort mediocri e fugaci nel tempo.

La contesa architettonica tra gli Strozzi e i Medici ha avuto un effetto estetico proprio grazie all’essersi sottratti alla banalità della ripetizione. Non si trattava infatti di costruire specularmente o superare l’avversario nella grandezza o altezza dell’edificio. Bastava dare forma alle differenze per creare un’opera nuova.

Una lieve asimmetria corrisponde alla nostra costituzione e al nostro senso estetico. Un artista non può operare simmetricamente. Questo vale per tutte le arti, architettura compresa. Vale anche per la ripetizione nel tempo; un capolavoro non può essere riprodotto, nemmeno dal suo creatore. (Jünger)

 

7 marzo

Nella notte i ladri nel paese. Alcune abitazioni sono visitate con successo da sconosciuti esperti scassinatori. Al mattino c’è un’agitazione diffusa tra gli abitanti. Subito il corpo sociale si ricompatta d’istinto e la tacita indifferenza praticata sino a poche ore precedenti si tramuta in solidarietà protettiva. Per questo il ladro, come figura estranea e invisibile, ha una funzione positiva per il gruppo sociale che sperimenta con nostalgia la normalità perduta quotidiana e solo allora comprende l’inutilità di una visione particolaristica. Questa esperienza inoltre porta anche elementi contraddittori nella percezione del ladro, vissuto come soggetto pericoloso ma anche come l’impudente coraggioso che, mentre viola lo spazio più intimo, non teme la reazione del defraudato. Al tempo stesso ritorna l’affidarsi alle armi come difesa preventiva, possibilità reattiva detenuta dai cacciatori. Ciò che può rappresentare un imbarbarimento delle relazioni sociali sembra rispondere a pratiche di vita desuete. Mentre il ladro usa spray con narcotici e piccoli trapani a batteria, il cacciatore cerca una risposta ancorata a valori di civiltà contadina e resistente al tardo capitalismo.

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