Sotto lo specchio

 

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La vide, i loro spiriti si piacquero l’un l’altro, il loro sublime si amalgamò. (Saint-Simon)

 

Tutto questo non è potuto accadere, ma farò in modo che domani alla solita ora ti possa incontrare. Il futuro anteriore è il tempo dell’amore e conosco già tutto quello che dirai perché possa di felicità vestirmi e proferire il nome tuo che fremo di conoscere.

La mattina avrò cercato la riproduzione della Morte di Adamo, l’uomo e la donna attratti in un vortice amoroso si guardano senza che i loro sguardi giungano ad incrociarsi. Poserò l’immagine nel mio libro proprio alla poesia Mirror, dove era già scritto il nostro incontro. Non appena ti vedrò, accecato toccherò finalmente il braccio tuo tremante e incerto come gli occhi che fugacemente mi hai a volte donato. Solo allora deciderò come svelare quello che ambedue sappiamo e avrai un sussulto che in me si trasformerà in un tuffo al cuore. Ti farò dono del libro perché tu possa leggere le parole che ansiose attendono dentro la mia borsa-bocca muta e complice del parlare.

 

Debole miopia mi rende esitante
vederti guardare la rosa o la tenda –
lo spazio vuoto pensiero oltre di me.

Finalmente gli occhi si sono bruciati
e già vuoi invocare un aiuto lontano,
proprio sopra il mio sguardo.

Certa è solo l’acuta pena
di sapere che non sei là
dove vorrei trovarti.

All’istante lo specchio
piegandosi alle mie spalle
ci ha richiamato:
“vi conoscete da sempre,
dubbiose creature
senza suono né voce!“

 

 

Nella primavera scorsa ho preso a frequentare il nostro bar, per mangiare un piatto veloce. Vi ho ritrovato l’anziana amica conosciuta molti anni prima: una donna simpatica, minuta e signorile, separata dal marito in tarda età e ora attiva nella sua vita da pensionata in qualche associazione. Presto mi sono accorto che soffriva di depressione e faceva uso di psicofarmaci. A volte non salutava, guardando con assoluta indifferenza il piatto sul tavolo. Inizialmente avevo nascosto a me stesso il fatto che eri sempre tu ad accompagnarla: avevo solo registrato con un terzo occhio la presenza di una donna molto più giovane, di un biondo evidente, morbida e timida, i cui occhi chiari e grandi si dilatavano ad afferrare un particolare della sala o un pensiero di passaggio.

Nel salutare la donna e nel ricevere spesso per risposta un silenzio imbarazzante, hai iniziato a rimediare con cenni e sorrisi. Forse, vista la tua premura, sei stata la sua allieva di un tempo o sei la moglie di suo figlio. Poco alla volta ho iniziato a cercare soprattutto quel tuo saluto di supplenza invece del muto cenno dell’anziana. È stato quando ti ho visto solitaria in un tavolo mangiare il solito piatto di verdure fresche, solo allora mi sono accorto della tua bellezza discreta e molto attraente. Senza sapere perché, ho deciso che d’ora in poi t’avrei guardata per incontrare lo sguardo e avrei messo in atto tutte le strategie dimenticate: mi sono fatto vedere mentre leggevo un singolare libro, a volte me ne stavo indifferente per poi sorriderti con disarmata innocenza.

Presto sei divenuta l’unica ragione delle mie visite al bar: ho studiato gli orari, cercando di incrociarti sulla porta, e sperando di trovare il tuo tavolo libero per essere obbligati a stare seduti accanto. Alla fine avevo la sensazione – o volevo crederlo – che anche tu, mentre io non guardavo, mi cercassi e così diedi inizio ad un gioco d’amore immaginario, completamente incerto nei risultati e per di più reso ingannevole dalla mia leggera miopia: non ho ancora saputo se anche i tuoi occhi chiari e grandi fossero miopi e il dubbio che entrambi non ci fossimo mai visti mi rimane come un cruccio.

Quel giorno, avevate finito velocemente il pranzo e nell’avvicinarvi all’uscita l’ignara professoressa di un tempo si è fermata di fronte al mio tavolo, obbligandoti a rimanere, impacciata, ad un passo da me, ad una vicinanza fino allora impensabile. Senza badare a nient’altro guardavo senza timore il tuo volto reso finalmente veritiero, senza la lente deformante della semicecità. Gli occhi si erano incrociati per un istante, sorridenti i miei, indifesi i tuoi. Per un attimo è parso annunciarsi un lampo liberatorio, ma già guardavi al di sopra di me un punto inesistente del tuo volto riflesso nello specchio alle spalle.

È stato un momento violento e impavido, la sensazione di aver aperto un varco, di aver dato luce ad una stanza chiusa da tempo. Cos’era quella sospesa vita tra linee visive?

 

 

C’è stato un lungo silenzio, come quando la mattina ci svegliamo e avvertiamo che nel mondo è accaduto qualcosa di nuovo e definitivo, come se la neve caduta copiosamente imponesse il silenzio e le cose tutte fossero sottomesse alla volontà imprevista di una forza naturale. Nella mente porto ancora il film della sera precedente, quel L’infedele che mi ha scosso per la violenza e la profetica voce: tuttavia la violenza è esplosa di scatto quando la profezia era ancora solo un timore, non posso chiamarlo un avvertimento, forse è stato solo un presentimento. Sono andato alla finestra rassegnato ad accecarmi del bianco bagliore nevoso e respirare il freddo sospeso a mezz’aria, ma niente era caduto dal cielo e pareva che invece la realtà si fosse fermata, quasi per errore, in un attimo di disattenzione. Di nuovo tutto si rimette in moto. Sul davanzale di quella stagione che tarda a concedere l’illusoria speranza del giorno che vince l’oscurità, è rimasto solo il mio presentire. Joyce sta sistemando il suo giardino, disponendo alcune pietre a disegnare un percorso. Appena apro la finestra si volge sorridendo, da giorni mi sono accorto che sembra sempre in attesa del mio risveglio: io non sorrido e spesso fingo una fretta distratta che subito mi rigetta nella stanza.

 

 

Quel giorno era stato per una certa ritrosia, sicuramente per l’incomprensibile rifiuto della vana e petulante calca che si forma negli eventi culturali, ma soprattutto – oh, lo dico! – era il non sapere accettare che lei volesse parlare attraverso un libro, seppure in forma di un catalogo che raccoglie tutta la sua produzione artistica, di qualcosa che per sua natura è un intimo dialogo con la paura della morte e nella circostanza è fatto invece per l’elogio e per il successo … per tutto questo, mi ero fatto venire un bel mal di testa evitando la rituale baraonda di complimenti e invidie, il “c’ero anch’io” e il “sei proprio brava”. Così facendo sono fuggito dal suo sguardo interrogante all’evasivo mio dire che sarebbe stato un non dire: «stai mentendo, Laura, a noi due».

Il desiderio era il non dover ripercorrere un cammino già conosciuto. L’aver visto il volto di lui, un po’ ingrassato, invecchiato, di una bellezza ormai depurata, con quel appoggiare la testa in una tenerezza poco accademica, aveva significato riconoscere la sembianza di chi ignaro può ancora trafiggere il cuore. L’infedeltà, parola terribile che appartiene al linguaggio un po’ freddo dei contratti, che noi non avevamo stipulato, aveva vagheggiato nella grande e nuda sala d’esposizione un pomeriggio quando senza preavviso l’avevo cercata per definire gli ultimi dettagli di consegna. Eppure una fitta mi aveva preso lo stesso, quella spada che avevo tolto dalla carne ormai una vita fa e che credevo mai più potesse entrare di nuovo in me attraversando viscere e sangue, pensieri e sogni. Lo stesso desiderio di svelarle allora, in quel momento così fuori del tempo e della storia ormai, i segreti della mia anima sarebbero andati a vuoto. «Ma tu vorresti leggere questo quaderno nero?» «No, non ancora» – così nella sua risposta rimase adagiato il mio segreto.

Poi, per la coscienza di aver leso un codice che non onoravo, il senso di colpa m’impose il noioso lavoro di riordino di alcuni scaffali alla ricerca di alcune foto nel tentativo di riesumare cadaveri di storie nascoste nelle seconde fila. Raccolsi il frutto della caccia: Suor Juana di Octavio Paz; I nostri contemporanei di Giacinto Spagnoletti, incontri con scrittori del Novecento che le avevo fatto leggere; infine le poesie di quel canadese nato in Romania, il cui libro tuttora mi si confonde con Le erbe nella Thule di Martinson solo perché è sempre stato adagiato lì accanto … Tenevo questi libri in mano quando Alexander – già sazio del buffet allestito e vero motivo della sua partecipazione – come un «piagnucolante sciocco zoticone» era venuto da me

petulante / lagnandosi / perché ho usato due cori / nel mio sublime inno a Pan / mentre a lui è alquanto evidente / e a un altro studioso di grecità / che quattro sarebbero stati più adatti. (I. Layton)

… Si sa, i libri si chiamano tra loro e sono più solidali dei loro autori, ma non so se è fantastico o deprimente che noi invece, Laura, abbiamo sempre parlato attraverso la poesia. Questa è la cifra di una fratellanza, non certo di un amore.

 

 

Si è detto che la mia è stata una generazione «educata al dolore senza amore». Strano, io mi sono sentito sempre votato all’amore senza aver saputo affrontare il dolore. Anche oggi che ho organizzato il mio controcanto con una passeggiata nei boschi, io e Joyce soli, forse sto solo fuggendo dal dolore e dal timore che fosse troppo duro dover vedere l’indifferenza di Laura, che è cosa nuova per me. Ho acconsentito che la mia anima assecondasse i fragili movimenti di Joyce: da quando Laura ha deciso di lasciare la casa che per lunghi anni è stata nostra, la timida e amabile vicina di “giardino” ha iniziato a praticare nei miei confronti una specie di apostolato dell’amicizia. Strana coppia, zoppa e delicata, attenta a non superare limiti ormai preclusi ma gentile nel tracciare il proprio sentiero. In cambio di questo esercizio del buon vivere sapevo che mi sarebbe stata concessa la recitazione del mio io, anche se non sarebbe andata al di là di una discreta mezza rivelazione. D’altronde, quando Joyce è arrivata nel disordine incipiente della sala d’entrata, con quel reclinare la testa che muove il sorriso, è parsa consumarsi in un solo sguardo tutta la mia infedeltà immaginabile, come la bevuta amara di un medicinale che si butta giù tutto di un colpo. Tutto è accaduto mentre in disparte stavo usando il mio temperino, “così moderno” – lo ha chiamato lei, mentre aggiustava nello zaino già così diligentemente e perfettamente predisposto le ultime inutili necessità.

C’è una luce strana che l’umida foschia impone a tutta la valle. Mi metto alla guida dell’auto, come se tra noi sia tacitamente scontato che io debba guidare il percorso perché conosco i reconditi anfratti di un paesaggio che invece appartiene in eguale misura ad entrambi. Appena partiti, il cuculo sembra intraprendere un percorso circolare attorno ai boschi come fosse la guardia del bosco messa a controllare che i nostri sentimenti primaverili non oltrepassino i confini. Poi ci accompagna per tutta la giornata, richiamandoci con il suo canto alla vita e così non siamo mai veramente soli. Deviamo verso la cima attraverso le piccole querce rade e delicatamente verdi, destinazione la punta più alta del piccolo monte. Finalmente una radura nel taglio appena eseguito. Non è più freddo, addirittura riconosciamo, e siamo felici di farlo nello stesso momento in una sintonia che non crea sospetto in quella nuda intimità ma che appare la naturale conseguenza dell’aprirsi del panorama, una folata di vento caldo a ridarci le forze. Riesco a parlare del film che quel giorno mi aveva letteralmente bruciato, uso questo termine senza sapere il perché, attento a non toccare argomenti che tuttora non conosco di lei, i suoi e le sue poche o molte storie d’amore, ma deciso a compiere il dovere per cui pareva fossi lì, come il vero motivo della mia scalata al piano piatto della piccola montagna. È forte il bisogno di mostrare l’emozione di quella tremenda storia, il buco profondo della separazione e l’incapacità ossessiva di non poter amare. Sono sicuro che sia il non potere piuttosto che il non sapere.

Joyce ascolta e, mentre io dico che ci portiamo dentro i pezzi di tutte le persone che abbiamo amato e delle quali non ci potremo mai liberare, lei dice solamente “lo spero” e io, “finalmente posso parlare”. Subito e definitivamente posiamo le nostre inconcludenze lì sopra la valle che incerta e velata sembra nascondere tutta la sua triste e semplice superbia.

D’improvviso Joyce mi ha detto che se ne andrà alle Azzorre con l’idea – quanto lontana ormai eppure in quel momento pareva un unico sogno comune! – di tornare a viverci. Ha parlato di quanto sia stretto vivere sempre nello stesso posto e quante persone si possono conoscere lasciando che la nave salpi da dove siamo approdati. Io invece volevo dire quante cose s’imparano stando fermi nella propria stanza, «fuori dal navigare» dice il poeta.

 

 

Solo l’indomani vi fu l’illuminante coincidenza. Quando tornai a casa, Laura aveva da poco lasciato il catalogo un po’ pacchiano – e la rabbia mi fa dire anche inutile – con un’irreprensibile dedica indice della sua solita e perfetta gentilezza dove ero ricordato come il suo «Eraclito». «La tua aria malinconica e trasognata m’ispira ancora fascino. Sarai sempre mio amico». Tu scrivi che quel l’amico adulto ti donò per la tua prima da artista una poesia proprio di Irving Layton, l’Eraclito che ora mi sfugge e devo riprendere con stupore e curiosità, per capirne il prezioso valore.

“L’arte di ordinare le parole sulla carta è del tutto inutile, ché la natura – va da sé – è meritocratica e sordomuta e se ne frega della coscienza … figuriamoci della giustizia” – dice il poeta.

Perché mai ti avrò trascritto quella poesia, certo ironicamente nera, ma così maledettamente pessimista per un debutto? Forse che Layton aveva pubblicato trentasette anni fa quello che, ignaro o immemore di lui, avrei voluto dirti proprio due giorni fa ma che, come tu oggi mi ricordi, te ne avevo fatto dono dieci anni orsono!? Che pasticcio di tempi! Se non fosse che è bene dubitare fino all’evidenza perché la natura escogiti «incidentalmente» menzioni sempre più illuminate, dovremmo gettarci nelle braccia di qualche cieca divinità.

 

 

In fondo, e ora è molto chiaro a noi stessi e al cuculo che pare aver ritardato il monotono cucù per rimanere anch’egli in ascolto, il motivo per cui ci troviamo da soli in un bosco non è la nostra tiepida amicizia e neppure l’evidente piacere reciproco, conosciuto l’uno dell’altro, alle periodiche uscite per lunghe camminate, più casuali e indifferenti le mie, più organizzate e metodiche le sue. È Laura che ci costringe a questo incontro che mostra tutto il suo carattere di seduta terapeutica: in una rabbia indistinta penso che abbia vinto ancora una volta e rendo grandi i suoi poteri e le sue intenzioni. Forse la sua compassionevole indifferenza è solo quello che da anni abbiamo detto a noi stessi con una formula dilatoria e imprecisata, «dobbiamo prenderci tempo», ma ora mi accorgo che alla frase manca una preposizione, non è un tempo definito ma un tempo senza aggettivi, senza quantità, senza luogo dove agire. È il tempo morto in realtà dell’infinito.

 

 

Stasera a casa avrò ascoltato la Sonata per piano n 16 in Sol Maggiore di Beethoven, in particolare il II movimento Adagio Grazioso. Accanto a me la copertina di un libro riproduce gli sguardi obliqui di Adamo e Eva di Piero della Francesca nel Sogno di Costantino. Quando avrò letto la poesia Mirror di Mark Strand, mi si sarà svelato il riverbero di quell’istante e avrò scritto d’impulso con una leggera matita La mia debole miopia. Da Strand avrei voluto riprendere alcune parole: «not at me, but past me, into a space», «and each time it is with a pang», «only to discover too late / that she is not there». Le «dubbiose creature senza suono né voce» le avevo già rapite a Gabriella Leto.

Deciderò di lasciare Miopia dentro il libro di Strand, con la cartolina, l’indicazione della Sonata di Beethoven e il numero del mio telefono. Questa volta non ci sarà bisogno di cercare i suoi occhi; si tratterà solamente di avvicinarmi e consegnare un libro, così senza alcuna spiegazione.

Il corpo si consuma in un atto di sottrazione e al tempo stesso di raccolta. Si perdono uno ad uno i veli della propria figura e si accumula la polvere che vi cade sopra.

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