Roger Caillois ~ La scrittura delle pietre (1)

 

Acqua Mirò, Agata, Photo Bruno Cupillard

Bruno Cupillard, Acqua Mirò, foto di Agata

 

La scrittura delle pietre

 

L’immagine nella pietra

 

In ogni tempo, l’uomo ha cercato non solo le pietre preziose, ma anche le pietre insolite, strane, quelle che attirano l’attenzione per qualche irregolarità della forma o per una certa significativa bizzarria di disegno o di colore. Quasi sempre, è una somiglianza inattesa, improbabile e tuttavia naturale, che le rende affascinanti. Le pietre, in ogni caso, posseggono un non so che di solenne, di immutabile e di estremo, di imperituro o già finito. Sono seducenti per un’intima bellezza, infallibile, immediata, che non deve niente a nessuno: necessariamente perfetta, esclude però l’idea della perfezione, proprio per non permettere approssimazioni, errori o eccessi. In tal senso, questa naturale, genuina beltà anticipa e supera il concetto stesso di bellezza, ne offre insieme garanzia e sostegno.

 

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Maurice Blanchot – La bestia di Lascaux

 

 

Fregio di Lascaux

Il fregio di Lascaux

 

LA BESTIA INNOMINABILE

La Bestia innominabile chiude il
cammino del gregge gentile,
come un buffo ciclope.
Otto bischerate gli fanno da ornamento,
dividono la sua follia
La Bestia rutta devotamente nel-
l’aria rustica.
I fianchi ripieni e cadenti sono
dolorosi, vanno a svuotarsi
della loro gravidanza.
Dallo zoccolo alle sue vane difese,
è avvolta di fetore

Così mi appare nel fregio di
Lascaux, madre fantasticamente
travestita,
La Saggezza dagli occhi pieni di
lacrime.

René Char

 

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«Un’invasione di campo». Risposta amorevole a Franco Arminio

 

5906923

 

Quando nel 1944 i Tedeschi lasciarono il Valdarno aretino per ritirarsi prima attorno a Firenze e poi sull’Appennino, è noto che lasciarono morte e distruzione: la storia di Castelnuovo dei Sabbioni, come quella di Meleto piccolo paese vicino, è conosciuta infatti per una delle stragi di civili più efferate e tremende che costò la vita in un solo giorno a 173 uomini. Meno conosciuta, o meglio, considerata appendice di questa, fu la distruzione contemporanea del suo territorio e delle sue infrastrutture industriali, che solitamente infatti passa per una «conseguenza ineluttabile della guerra». Quel 4 luglio un ingegnere minerario, Ugo Mercante, vice direttore della Società Mineraria del Valdarno era sceso, al mattino molto presto, dalla sua casa della periferia residenziale di Castelnuovo dei Sabbioni nella zona delle miniere: aveva visto infatti molto movimento di soldati attorno alla Centrale elettrica. Convocato un altro ingegnere, assai riluttante, si diresse verso i soldati chiaramente intenzionati a far saltare quello che già allora dava lavoro a migliaia di persone.

Ugo Mercante, trentacinquenne campano nato a S. Maria Capua Vetere, nel dopoguerra divenne un personaggio quasi “mitologico” tra gli operai e i tecnici delle miniere e dei reparti elettrici, così come lo fu per i concittadini castelnuovesi. L’ingegnere infatti aveva contrattato con i soldati il quantitativo di esplosivo che i genieri della Hermann Göring stavano piazzando nei forni delle locomotive e delle caldaie, per cercare di avere minori danni e quindi poter ripristinare gli impianti nel più breve tempo possibile. I tedeschi dopo che ebbero fatto la loro strage (74 morti nel solo paese di Castelnuovo, di cui 68 bruciati tutti insieme in un’unica catasta) minarono anche le strade e i ponti che dovevano essere fatti saltare poco prima l’arrivo ormai imminente degli Alleati. Ugo Mercante da solo, con la protezione dei Partigiani che coprivano la sua azione di sabotaggio, tolse nei giorni successivi tutte le micce agli esplosivi e impedì, oltre quanto non avessero già fatto i soldati tedeschi, ulteriori distruzioni.

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